III.
Zbyszko si rimproverava in cuor suo di aver dimenticato lo zio Maćko nel proprio dolore, e poiché era solito eseguire rapidamente ciò che aveva deciso, il giorno dopo, all’alba, partirono insieme al signor de Lorche per Płock. Le strade di confine, anche nei periodi di pace più assoluta, non erano sicure a causa dei briganti, le cui numerose bande venivano sostenute e protette dai Krzyżacy, cosa che il re Jagiełło rimproverava loro aspramente. Nonostante le lamentele che giungevano fino a Roma, nonostante le minacce e la severa amministrazione della giustizia, i commendatori vicini permettevano ai knecht mercenari di unirsi ai briganti, rinnegando sì quelli che avevano la sfortuna di cadere in mani polacche, ma offrendo rifugio a chi tornava con il bottino e i prigionieri, non solo nei villaggi dell'Ordine, ma anche nei castelli.
Era proprio in mani simili che cadevano spesso i viaggiatori e gli abitanti di confine, e specialmente i figli di gente ricca, rapiti per il riscatto. Ma i due giovani cavalieri, avendo scorte considerevoli – ciascuna composta, oltre ai cocchieri, da una dozzina di fanti armati e di servi a cavallo – non temevano un attacco: giunsero così senza avventure a Płock, dove subito li attendeva una lieta sorpresa.
Nella locanda trovarono Tolima, arrivato il giorno prima di loro. Era accaduto in questo modo: il capitano teutonico di Lubawa, avendo sentito che il messaggero, al momento dell’aggressione vicino a Brodnica, era riuscito a nascondere parte del riscatto, lo aveva rispedito a quel castello con l’ordine al commendatore di costringerlo a indicare dove il denaro era stato celato. Tolima colse l’occasione e fuggì. Quando i cavalieri si meravigliarono che fosse riuscito così facilmente, spiegò loro la cosa:
«Tutto per la loro avidità. Il commendatore di Brodnica non volle darmi una scorta numerosa: non voleva che si venisse a sapere del denaro. Forse si erano messi d’accordo con quello di Lubawa per spartirselo, ma temevano che, se si fosse sparsa la voce, avrebbero dovuto inviare una buona parte a Malbork, o addirittura restituire tutto a quei Baden. Perciò mi diede solo due uomini: un knecht di fiducia, che dovette remare con me sulla Drwęca, e una sorta di scrivano... Volevano che nessuno ci vedesse, perciò fu di notte, e sapete che il confine è vicino. Mi diedero anche un remo di quercia... Ebbene – grazia di Dio – eccomi a Płock.»
«Lo so! E quelli non sono tornati!» esclamò Zbyszko.
Un sorriso illuminò l’aspro volto di Tolima. «Ma la Drwęca sfocia nella Vistola – disse. – Come potevano risalire la corrente? I Krzyżacy li troveranno semmai a Toruń.»
Poco dopo, rivolgendosi a Zbyszko, aggiunse: «Il commendatore di Lubawa mi ha sequestrato una parte del denaro, ma quello che avevo nascosto durante l’aggressione l’ho ritrovato, e ora l’ho dato, signore, al vostro scudiero da custodire: lui abita nel castello del principe, e là è più sicuro che da me nella locanda.»
«Allora il mio scudiero è qui, a Płock? E cosa ci fa?» chiese stupito Zbyszko.
«Dopo aver condotto Zygfryd, è partito con la damigella che era a Spychów, e ora è dama di compagnia della principessa di qui. Almeno così diceva ieri.»
Ma Zbyszko – che, sopraffatto dal dolore per la morte di Danusia, non aveva chiesto nulla di Spychów e non sapeva nulla – solo allora si ricordò che Ceco Hlawa era stato mandato avanti con Zygfryd. A quel ricordo il cuore gli si strinse di rancore e di desiderio di vendetta.
«È vero! – disse. – E dov’è quel boia? Che ne è stato di lui?»
«Non ve l’ha detto padre Kaleb? Zygfryd si è impiccato, e voi, signore, siete passati vicino alla sua tomba.»
Seguì un momento di silenzio.
«Lo scudiero diceva – disse infine Tolima – che si preparava a venire da voi, e lo avrebbe già fatto, se non fosse stato costretto a badare alla damigella, che qui, dopo il ritorno da Spychów, si era ammalata.»
Zbyszko chiese di nuovo, scuotendosi dai luttuosi ricordi come da un sogno: «Quale damigella?»
«Beh, quella – rispose il vecchio – vostra sorella o parente, che arrivò qui con il cavaliere Maćko a Spychów vestita da garzone, e per strada ritrovò il nostro signore che andava a tentoni. Senza di lei, né il cavaliere Maćko né il vostro scudiero lo avrebbero riconosciuto. Il nostro signore poi la amò molto: lo curò come una figlia, e oltre a padre Kaleb, solo lei riusciva a capirlo.»
Il giovane cavaliere spalancò gli occhi per lo stupore. «Padre Kaleb non mi ha parlato di nessuna damigella, e io non ho alcuna parente...»
«Non ve ne ha parlato perché voi, signore, vivevate in stato di smarrimento, perso nel dolore, e non sapevate nulla del mondo.»
«E come chiamavano quella damigella?»
«La chiamavano Jagienka.»
A Zbyszko sembrava di sognare. L’idea che Jagienka, dalla lontana Zgorzelice, potesse essere venuta fino a Spychów non gli entrava in testa. E perché? Per quale motivo? Non ignorava che la ragazza era lieta di vederlo e si era affezionata a lui a Zgorzelice, ma lui le aveva confessato di essere sposato: non poteva in alcun modo supporre che il vecchio Maćko l’avesse portata a Spychów con l’intento di darla in sposa a lui. Del resto, né Maćko né Ceco Hlawa gli avevano mai accennato a lei...
Tutto gli parve estremamente strano e del tutto incomprensibile. Ricominciò a tempestare Tolima di domande, come un uomo che non crede alle proprie orecchie e vuole che gli venga ripetuta la notizia incredibile. Tolima però non seppe dirgli nulla di più, ma invece andò al castello a cercare lo scudiero, e poco dopo, ancora prima del tramonto, tornò con lui.
Ceco Hlawa salutò il giovane signore con gioia ma anche con tristezza: aveva già saputo tutto ciò che era accaduto a Spychów. Zbyszko fu contento di rivederlo con tutta l’anima, sentendo che quello era un cuore amico e fedele, uno di quelli di cui un uomo ha più bisogno nella sventura. Si commosse e si sciolse in pianto, raccontandogli della morte di Danusia; condivise con lui il dolore, il rimpianto, le lacrime, proprio come un fratello condivide con un fratello. La cosa durò a lungo, tanto più che alla fine, su richiesta di Zbyszko, il signor de Lorche ripeté loro quella lugubre canzone che aveva composto per la defunta e la cantò accompagnandosi con la cetra, alla finestra aperta, levando gli occhi verso le stelle.
Quando infine si furono alleggeriti, cominciarono a parlare delle faccende che li attendevano a Płock.
«Mi sono fermato qui sulla strada per Malbork – disse Zbyszko – perché sai che lo zio Maćko è prigioniero e che vado a riscattarlo.»
«Lo so – rispose Ceco Hlawa. – Avete fatto bene, signore. Volevo venire io stesso a Spychów per consigliarvi la via per Płock. Il re a Raciążek condurrà trattative con il gran maestro; presso il re è più facile reclamare, poiché davanti alla maestà i Krzyżacy non sono così superbi e fingono onestà cristiana.»
«Tolima diceva che dovevi venire da me, ma che ti ha trattenuto la malattia di Jagienka, figlia di Zych di Zgorzelice. Ho sentito che lo zio Maćko l’ha portata in queste parti e che è stata anche a Spychów. Ne sono rimasto estremamente stupito! Racconta: per quale motivo lo zio Maćko l’ha portata via da Zgorzelice?»
«Ci furono molte ragioni. Il cavaliere Maćko temeva che, se l’avesse lasciata senza protezione, i cavalieri Wilk e Cztan avrebbero fatto incursioni a Zgorzelice, e in questo modo avrebbero potuto far del male anche ai bambini più piccoli. Senza di lei, invece, è più sicuro, perché in Polonia, come sapete: capita che un nobile, non potendo altrimenti, prenda una fanciulla con la forza, ma nessuno alza la mano contro i piccoli orfani: per questo c’è la spada del boia e un disonore peggiore della spada! Tuttavia c’era anche un’altra ragione: l’abate era morto e aveva fatto della damigella l’erede dei suoi possedimenti, sui quali il vescovo di qui aveva la tutela. Perciò il cavaliere Maćko portò la damigella a Płock.»
«Ma la portò anche a Spychów?»
«Sì, la portò per il tempo della partenza del vescovo e dei principi, perché non c’era nessuno con cui lasciarla. E per fortuna che la prese: senza la signorina, saremmo passati accanto al nostro signore, il cavaliere Jurand ze Spychowa, come accanto a un mendicante sconosciuto. Solo quando lei cominciò ad averne compassione, riconoscemmo chi era quel mendicante. Dio ha disposto tutto attraverso il suo cuore misericordioso.»
Poi cominciò a raccontare come Jurand ze Spychowa non potesse più fare a meno di lei, come l’amasse e la benedicesse. Zbyszko, benché lo sapesse già da Tolima, ascoltò il racconto con commozione e gratitudine verso Jagienka.
«Dio le dia salute! – disse infine. – Solo mi stupisce che non mi abbiate mai parlato di lei.»
Ceco Hlawa si imbarazzò un poco e, volendo guadagnare tempo per pensare alla risposta, chiese: «Dove, signore?»
«Da Skirwoillo, laggiù, in Samogizia.»
«Non ve lo abbiamo detto? In fede mia! A me sembra che lo abbiamo fatto, ma voi avevate la mente ad altro.»
«Avete detto che Jurand ze Spychowa era tornato, ma di Jagienka nulla.»
«Ehi! Non vi sarete dimenticati? E poi, Dio solo lo sa. Forse il cavaliere Maćko pensava che l’avessi detto io, e io che l’avesse detto lui. A nulla serviva, signore, dirvi qualunque cosa allora; e non c’è da stupirsi! Ma ora vi dico un’altra cosa: per fortuna che la signorina è qui, perché sarà utile anche al cavaliere Maćko.»
«E che cosa può ottenere?»
«Le basta dire una parola alla principessa di qui, che l’ama moltissimo. E poi i Krzyżacy non rifiutano nulla alla principessa: da un lato è sorella del re, dall’altro è grande amica dell'Ordine. Ora, come forse avrete sentito, il principe Skirgiłł – anch’egli fratello del re – si è sollevato contro il principe Vitoldo ed è fuggito dai Krzyżacy, che vogliono aiutarlo e metterlo sul trono di Vitoldo. Il re tiene molto alla principessa e, come si dice, le porge volentieri orecchio; perciò i Krzyżacy vogliono che lei inclini il re dalla parte di Skirgiłł contro Vitoldo. Capiscono – possa la loro madre perdersi! – che se si sbarazzano di Vitoldo, avranno pace. Così gli inviati teutonici, dal mattino alla sera, fanno inchini alla principessa e indovinano ogni suo desiderio.»
«Jagienka ama molto lo zio Maćko e di certo intercederà per lui – disse Zbyszko.»
«Certo, non avrà difficoltà a parlare.»
«Dovevamo comunque andare al castello con il signor de Lorche – disse Zbyszko – e sono venuto qui per questo. Dobbiamo solo acconciarci i capelli e vestirci decorosamente.» Dopo un istante aggiunse: «Volevo tagliarmi i capelli per il dolore, ma me ne sono dimenticato.»
«Meglio così! – disse Ceco Hlawa.»
Uscì a chiamare i servi; quando tornò con loro, mentre i due giovani cavalieri si adornavano degnamente per il banchetto serale al castello, continuò a raccontare cosa accadeva alla corte reale e principesca.
«I Krzyżacy – diceva – scavano sotto il principe Vitoldo come possono, perché finché lui è vivo e governa, per mandato reale, un potente paese, non conosceranno pace! In verità, è il solo che temono! Eh! scavano, scavano come talpe! Hanno sobillato contro di lui entrambi i principi di qui, e pare che siano riusciti anche a far sì che perfino il principe Janusz ora gli sia ostile, per via di Wizna.»
«E il principe Janusz e la principessa Anna sono qui? – chiese Zbyszko. – Troverò molti conoscenti, perché non è la prima volta che vengo a Płock.»
«Anch’essi! – rispose lo scudiero. – Sono entrambi qui; hanno non poche questioni con i Krzyżacy e vogliono rinfacciare al gran maestro, davanti al re, quei torti.»
«E il re cosa fa? Da che parte sta? Non è forse adirato con i Krzyżacy e non agita la spada contro di loro?»
«Il re non ama i Krzyżacy, e si dice che da tempo minacci la guerra... Quanto al principe Vitoldo, il re lo preferisce al proprio fratello Skirgiłł, che è un uomo instabile e un ubriacone... Per questo i cavalieri che stanno presso la maestà dicono che il re non si schiererà contro Vitoldo e non prometterà ai Krzyżacy di non sostenerlo. E può essere, perché da alcuni giorni la principessa Alessandra di qui si dà molto da fare attorno al re e va in giro piuttosto preoccupata.»
«Zawisza Czarny è qui?»
«Non c’è, ma anche di quelli che ci sono non si può che ammirarli, e se mai dovesse succedere qualcosa – ehi, Dio onnipotente! – voleranno schegge e pula dai Krzyżacy, voleranno!...»
«Non sarò io a compiangerli.»
Poche orazioni dopo, ben abbigliati, si avviarono al castello. Il banchetto serale doveva tenersi quel giorno non dal principe stesso, ma dal capitano del castello Andrzej z Jasieńca, la cui ampia dimora sorgeva entro le mura, presso la Torre Grande. A causa della notte meravigliosa, fin troppo calda, il capitano, temendo che gli ospiti soffrissero il caldo nelle sale, fece allestire le tavole nel cortile, dove tra le lastre di pietra crescevano sorbi e tassi. Botti ardenti di resina le illuminavano con una fiamma chiara e gialla, ma ancor più chiaramente la luna, che splendeva nel cielo senza nuvole tra sciami di stelle, come uno scudo d’argento di un cavaliere.
Gli ospiti coronati non erano ancora arrivati, ma il cortile già brulicava di cortigiani, tanto reali quanto principeschi. Zbyszko ne conosceva molti, specialmente della corte del principe Janusz, e tra i vecchi conoscenti di Cracovia vide Krzon di Kozichgłów, Lis di Targowiska, Marcin di Wrocimowic, Domarat di Kotylan e Staszko di Charbimowic, e infine anche Powała di Taczewa, la cui vista lo rallegrò particolarmente: ricordava quanta benevolenza gli aveva mostrato quel famoso cavaliere a Cracovia.