Giunsero infine con la salma della fanciulla ai boschi di Spychów. Al confine vigilavano giorno e notte gli armati servi di Jurand. Uno di loro corse con la notizia dal vecchio Tolima e da padre Kaleb; gli altri guidarono il corteo. Dapprima per un sentiero tortuoso e infossato, poi per un’ampia strada forestale, fino al punto dove il bosco terminava. Lì cominciavano vaste zolle umide e acquitrini brulicanti di uccelli palustri. Oltre quelli, su un’altura asciutta, sorgeva il castelluccio di Spychów.
Riconobbero subito che la luttuosa notizia li aveva preceduti. Non appena emersero dall’ombra della selva sul chiaro pratone, giunse ai loro orecchi il rintocco della campana della cappella del castello. Poco dopo videro avanzare da lontano una numerosa schiera di persone, tra cui uomini e donne. Quando quella folla fu giunta a due o tre tiri d’arco, si poterono distinguere i volti. In testa camminava lo stesso Jurand, sorretto da Tolima, che tastava davanti a sé con un bastone. Era facile riconoscerlo per la statura enorme, per le cavità rosse al posto degli occhi e per i capelli bianchi che gli ricadevano sulle spalle. Accanto a lui procedeva padre Kaleb con una croce e indosso una cotta bianca. Dietro veniva portato un vessillo con l’insegna di Jurand, scortato dagli armati guerrieri di Spychów. Dopo di loro le donne maritate con le nałęczki in capo e le donzelle dai capelli sciolti. In coda alla schiera seguiva un carro su cui doveva essere deposta la salma.
Zbyszko, vedendo Jurand, ordinò di posare a terra la barella. Egli stesso l’aveva portata fino a quel momento dalla parte del capo. Poi, fattosi avanti verso di lui, cominciò a gridare con voce terribile, quella con cui gridano l’immenso dolore e la disperazione:
— L’ho cercata finché non l’ho trovata, e l’ho liberata. Ma lei ha preferito andare da Dio piuttosto che a Spychów!
E il dolore lo spezzò completamente. Caduto sul petto di Jurand, lo abbracciò al collo e cominciò a gemere:
— O Gesù, o Gesù, o Gesù!
A quella vista i cuori della servitù armata di Spychów si agitarono. Cominciarono a battere le lance sugli scudi, non sapendo esprimere altrimenti il loro dolore e la loro brama di vendetta. Le donne fecero lamento. Gemendo una dopo l’altra, si sollevavano i grembiuli agli occhi o se ne coprivano del tutto la testa. Gridavano a squarciagola: «Oh, destino, destino! Per te gioia, per noi pianto — oh, destino! La morte ti ha falciato, il fiero mietitore ti ha preso — oh, oh!» E alcune, piegando la testa all’indietro e chiudendo gli occhi, gridavano ancora: «Stavi male qui, fiorellino, con noi — male? Il padre è rimasto in gran lutto, e tu già cammini per le stanze di Dio — oh, oh!» Altre infine rimproveravano alla defunta di non aver avuto pietà dell’orfanità del padre e del marito, né delle loro lacrime. Quel lamento e quel dolore erano a metà canto, perché quella gente non sapeva altrimenti esprimere la propria sofferenza.
Ma Jurand, liberatosi dalle braccia di Zbyszko, tese il bastone davanti a sé. Segno che voleva andare da Danusia. Allora Tolima e Zbyszko lo presero sotto le braccia e lo condussero alla barella. Egli s’inginocchiò accanto alla salma, passò la mano dalla fronte fino alle mani incrociate della defunta e chinò più volte il capo. Come per dire che era lei, la sua Danusia, non un’altra — e che riconosceva la fanciulla. Poi la abbracciò con un braccio, e l’altro, privo della mano, lo sollevò in alto. I presenti compresero anche quella muta accusa davanti a Dio, più eloquente di ogni parola di dolore.
Zbyszko, a cui dopo la momentanea esplosione il volto era tornato del tutto impassibile, stava inginocchiato dall’altro lato in silenzio. Sembrava una statua di pietra. Intorno si fece un silenzio tale che si sentiva il frinire delle cavallette e il ronzio di ogni mosca che passava. Infine padre Kaleb asperse con acqua benedetta Danusia, Zbyszko e Jurand e iniziò il «Requiem aeternam». Dopo aver terminato il canto, pregò a lungo ad alta voce. Alla gente parve di udire una voce profetica quando implorava che quel tormento dell’innocente fanciulla fosse la goccia che fa traboccare il vaso dell’iniquità, e che venisse il giorno del giudizio, della punizione, dell’ira e della rovina.
Poi si mossero verso Spychów. Ma non posero Danusia sul carro: la portarono invece in testa al corteo su una barella adorna di fronde. La campana, che non smetteva di suonare, sembrava chiamare e invitare a sé. Ed essi avanzavano cantando per l’ampia distesa erbosa, sotto l’enorme aurora dorata della sera, come se la loro defunta li conducesse davvero verso gli splendori e le luci eterne. Era già sera e le greggi tornavano dai campi quando giunsero. La cappella in cui fu deposta la salma risplendeva di torce e candele fiammeggianti. Per ordine di padre Kaleb, sette fanciulle recitarono a turno la litania sul corpo fino all’alba. Fino all’alba anche Zbyszko non si allontanò da Danusia. Lui stesso all’ora del mattutino la depose nella bara. Abili artigiani l’avevano scolpita durante la notte da un tronco di quercia, inserendo nel coperchio sopra il capo una lastra d’ambra dorata.
Jurand non era presente. Gli accadevano cose strane. Subito dopo il ritorno a casa perse l’uso delle gambe. Quando lo posero a letto, perse il movimento e la coscienza di dove fosse e cosa gli accadesse. Invano padre Kaleb gli parlava, invano gli chiedeva cosa avesse: non sentiva, non capiva. Sdraiato supino, sollevava le palpebre delle orbite vuote e sorrideva con il volto illuminato e felice. A volte muoveva le labbra come se parlasse con qualcuno. Il prete e Tolima capivano che parlava con la figlia salvata e rideva a lei. Capivano anche che stava morendo e contemplava con le pupille dell’anima la propria eterna beatitudine. Ma in questo si sbagliavano. Lui, insensibile, sordo a tutto, sorrideva così per intere settimane. E Zbyszko, partito infine con il riscatto per Maćko, lo lasciò ancora in vita.