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III

Capitolo 92 · 2975 parole · ~15 min di lettura

III.

Zbyszko non riusciva a raggiungere il suo scudiero, perché quello viaggiava giorno e notte, fermandosi solo quanto bastava per non sfiancare i cavalli, i quali, nutriti di sola erba, erano deboli e non potevano compiere marce così lunghe come nei paesi dove era più facile trovare avena. Hlawa non risparmiava se stesso, e non badava alla tarda età né all'indebolimento di Sigfrido. Il vecchio Krzyżak soffriva atrocemente, tanto più che il nervoso Maćko gli aveva già malconcio le ossa. Ma il peggio erano le zanzare, che brulicavano nella foresta umida e dalle quali, avendo le mani legate e i piedi assicurati al ventre del cavallo, non poteva difendersi. Lo scudiero non gli infliggeva torture particolari, ma non aveva neppure pietà di lui, e gli liberava la mano destra solo durante le soste per mangiare: «Mangia, muso di lupo, così che possa portarti vivo al mio signore a Spychów!». Con queste parole lo incitava a cibarsi. All'inizio del viaggio a Sigfrido era venuto il pensiero di lasciarsi morire di fame, ma quando sentì che gli avrebbero aperto i denti con un coltello e versato il cibo a forza in gola, preferì cedere, per non permettere che si oltraggiasse la sua dignità di cavaliere dell'Ordine e il suo onore cavalleresco.

Il Ceco voleva arrivare a Spychów molto prima del «signore», per risparmiare alla sua adorata signorina la vergogna. Pur essendo un nobile semplice ma assennato e non privo di sentimenti cavallereschi, capiva perfettamente che sarebbe stato umiliante per Jagienka trovarsi a Spychów insieme a Danusia. «Si potrà dire al vescovo di Płock», pensava, «che al vecchio signore di Bogdaniec, per dovere di tutela, è toccato di portarla con sé. Poi, appena si spargerà la voce che lei è sotto la protezione del vescovo e che oltre a Zgorzelice ha anche l'eredità dell'abate, anche un figlio di voivoda non sarà troppo per lei». E questo pensiero gli addolciva le fatiche del viaggio, perché per il resto si tormentava all'idea che quella lieta notizia che portava a Spychów sarebbe stata tuttavia per la signorina una sentenza di sventura.

Spesso anche gli appariva davanti agli occhi la rubiconda Sieciechówna, come una mela. Allora, quando la strada lo permetteva, solleticava i fianchi del cavallo con gli speroni, tanto gli premeva arrivare a Spychów.

Viaggiavano per sentieri intricati, o meglio per il bosco senza strada, tagliando dritti verso la meta. Il Ceco sapeva soltanto che, andando un poco verso occidente e sempre a sud, sarebbe giunto in Mazovia, e allora tutto sarebbe andato bene. Di giorno si orientava col sole, e quando il viaggio si protraeva nella notte, con le stelle. La foresta sembrava non avere limiti né fine. Giorni e notti scorrevano nell'oscurità. Più di una volta Hlawa pensò che il giovane cavaliere non sarebbe mai riuscito a portare una donna viva attraverso quella terribile solitudine, dove non c'era cibo, dove di notte bisognava difendere i cavalli dai lupi e dagli orsi, di giorno scansare branchi di bisonti e uri, dove terribili cinghiali affilavano le zanne ricurve contro le radici dei pini, e dove spesso chi non scoccava una freccia dalla balestra o non trafiggeva con la lancia i fianchi macchiati di un cerbiatto o di un cinghialetto, non aveva nulla da mangiare per intere giornate.

«Come farà», pensava Hlawa, «a viaggiare con una fanciulla così malconcia, che respira a stento?».

Di continuo dovevano aggirare vaste paludi o profondi burroni, nei cui fondi rumoreggiavano torrenti gonfiati dalle piogge primaverili. Nella foresta non mancavano laghi, nei quali al tramonto vedevano intere mandrie di alci o cervi che si bagnavano in acque rosate e lisce. Talvolta scorgevano anche fumi, che annunciavano la presenza umana. Più volte Hlawa si avvicinò a tali insediamenti nella foresta, ma ne usciva incontro gente selvaggia, vestita di pelli sul corpo nudo, armata di mazzafrusti e archi, che guardava minacciosa da sotto ciocche arruffate per la piattezza, tanto che i servi li scambiavano per lupi mannari, e bisognava approfittare del primo stupore che la vista dei cavalieri provocava per allontanarsi il più in fretta possibile.

Due volte però fischiarono dietro al Ceco delle punte di freccia e lo inseguì il grido: «Wokili!» (Tedeschi!), ed egli preferì fuggire piuttosto che spiegare chi fosse. Finalmente, dopo alcuni giorni ancora, cominciò a supporre di aver forse già oltrepassato il confine, ma per il momento non c'era nessuno da interrogare. Solo da alcuni boscaioli che parlavano polacco seppe di essere finalmente giunto in terra di Mazovia.

Da lì procedette più facilmente, benché tutta la Mazovia orientale fosse ancora ricoperta da una sola foresta. La solitudine non era finita, ma dove capitava un insediamento, l'abitante era meno ostile, forse perché non nutriva un odio costante, o forse perché il Ceco parlava una lingua che lui capiva. Il problema era solo l'enorme curiosità di quella gente, che circondava in gruppo i cavalieri e li tempestava di domande; e quando venivano a sapere che conducevano un prigioniero — un Krzyżak — dicevano:

— Regalatecelo, signore: ce lo sistemiamo noi!

E insistevano così pressantemente che spesso il Ceco doveva arrabbiarsi o spiegare loro che il prigioniero era del principe. Allora si tiravano indietro. In seguito, nel paese già abitato, con la nobiltà e i vassalli, non fu facile. Lì ribolliva l'odio contro i Cavalieri Teutonici, perché si ricordava bene il tradimento e il torto fatto al principe, quando, nel bel mezzo della pace, lo avevano rapito presso Złotoryja e tenuto prigioniero. Non volevano più, è vero, «sistemare» Sigfrido, ma questo o quel duro nobile diceva: «Slegatelo, qui gli do un'arma e oltre il confine lo sfido a morte». Il Ceco doveva ficcargli in testa a forza che il primo diritto alla vendetta spettava al disgraziato signore di Spychów, e che non era lecito privarlo di essa.

Ma nelle regioni abitate il viaggio era facile, perché c'erano strade, sia pure rozze, e i cavalli venivano nutriti ovunque con avena o orzo. Così il Ceco viaggiò veloce, senza fermarsi mai, e dieci giorni prima del Corpus Domini giunse a Spychów.

Arrivò di sera, come quando Maćko lo aveva mandato da Szczytno con la notizia della sua partenza per la Samogizia; e come allora, Jagienka, vedendolo dalla finestra, corse giù da lui, ed egli le cadde ai piedi, incapace per un momento di parlare. Ma lei lo sollevò e lo trascinò di sopra più in fretta possibile, non volendo interrogarlo davanti alla gente.

— Che notizie? — chiese, tremando d'impazienza e riprendendo a stento fiato. — Sono vivi? Stanno bene?

— Vivi! Stanno bene!

— E lei è stata trovata?

— Sì. L'hanno liberata.

— Benedetto Gesù Cristo!

Ma nonostante queste parole, il suo volto si fece come irrigidito, perché tutte le sue speranze si erano subito polverizzate.

Tuttavia non perse le forze né la presenza di spirito, e dopo un momento si padroneggiò completamente e ricominciò a chiedere:

— E quando arriveranno?

— Fra qualche giorno! Il viaggio è duro — con una malata.

— È malata?

— Torturata. La mente le si è offuscata per il supplizio.

— Gesù misericordioso!

Seguì un breve silenzio, solo le labbra un po' impallidite di Jagienka si muovevano come in preghiera.

— Non è rinsavita con Zbyszko? — chiese ancora.

— Forse sì, ma non lo so, perché sono partito subito per annunciarvi, signora, la notizia, prima che arrivino qui.

— Dio ti ripaghi. Racconta: com'è successo?

Il Ceco cominciò a raccontare in poche parole come avevano liberato Danusia e catturato il gigante Arnoldo insieme a Sigfrido. Annunciò anche che aveva portato Sigfrido con sé, perché il giovane cavaliere voleva donarlo per la vendetta a Jurand.

— Ora devo andare da Jurand! — disse Jagienka quando ebbe finito.

E uscì, ma Hlawa non rimase solo a lungo, perché dalla stanza accanto accorse verso di lui Sieciechówna; e lui, fosse perché non era del tutto lucido per la stanchezza e le fatiche immense, o perché le era mancato e si era perduto alla sua vista, fatto sta che la prese per la vita, la strinse al petto e cominciò a baciarla sugli occhi, sulle guance, sulla bocca, come se già da tempo le avesse detto tutto ciò che prima di un simile atto si deve dire a una fanciulla.

E forse, in realtà, glielo aveva già detto in spirito, durante il viaggio, perché baciava e baciava senza fine, e la stringeva a sé con tanta forza che a lei mancava il respiro; ed ella non si difendeva, prima per lo stupore, poi per un languore così grande che sarebbe caduta a terra se braccia meno forti non l'avessero tenuta. Per fortuna, non durò troppo a lungo, perché sulle scale si udirono dei passi, e dopo un momento entrò nella stanza padre Kaleb.

Si scostarono l'uno dall'altra, e padre Kaleb ricominciò a tempestare Hlawa di domande, alle quali lui, senza poter riprendere fiato, rispondeva a fatica. Il sacerdote pensò che fosse per la fatica. Tuttavia, udita la conferma della notizia che Danusia era stata liberata e trovata, e il suo carnefice portato a Spychów, si gettò in ginocchio per ringraziare Dio. In quel tempo il sangue nelle vene di Hlawa si calmò un poco, e quando il sacerdote si alzò, poté ripetergli più tranquillamente come avevano trovato e liberato Danusia.

— Non per questo Dio l'ha salvata — disse il sacerdote, dopo aver ascoltato tutto — perché la sua ragione e la sua anima rimanessero nelle tenebre e in potere delle forze immonde! Jurand poserà su di lei le sue sante mani e con una sola preghiera le renderà la ragione e la salute.

— Il cavaliere Jurand? — chiese con stupore il Ceco. — Ha tanto potere? È forse diventato santo già in vita?

— Davanti a Dio lo è già in vita, e quando morirà, gli uomini avranno in cielo un patrono in più — un martire.

— Tuttavia avete detto, reverendo padre, che poserà le mani sul capo della figlia. Forse che la sua mano destra è ricresciuta? Perché so che avete pregato Nostro Signore Gesù per questo.

— Ho detto «mani», come si dice comunemente — rispose il sacerdote — ma con la grazia di Dio anche una sola basta.

— Certo! — rispose Hlawa.

Ma nella sua voce c'era un po' di delusione, perché pensava di vedere un miracolo evidente. Il loro dialogo fu interrotto dal ritorno di Jagienka.

— Gli ho annunciato la notizia — disse — con cautela, perché la gioia improvvisa non lo uccidesse; e lui subito si è prostrato a terra e prega.

— Lui senza questo sta così per intere notti, e oggi di certo non si alzerà fino al mattino — disse padre Kaleb.

E così avvenne. Parecchie volte andarono a guardarlo e ogni volta lo trovarono disteso, non addormentato, ma in preghiera così fervente da rasentare l'estasi. La sentinella, che dalla torre della fortezza osservava i dintorni e vegliava secondo il solito su Spychów, raccontò poi di aver visto quella notte una luce insolita nella stanza del «vecchio signore».

Solo il giorno dopo, molto dopo l'ora di mattutino, quando Jagienka lo guardò di nuovo, egli fece cenno di voler vedere Hlawa e il prigioniero. Allora fecero uscire dalla prigione Sigfrido con le mani incrociate sul petto legate, e tutti insieme, con Tolima, si recarono dal vecchio.

Al primo momento il Ceco non poté vederlo bene, perché le finestre con le vesciche lasciavano passare poca luce, e la giornata era oscura a causa delle nuvole che avevano coperto tutto il cielo e minacciavano un violento temporale.

Ma quando i suoi occhi acuti si abituarono alla penombra, lo riconobbe a malapena, tanto era dimagrito e deperito. L'uomo gigantesco si era trasformato in uno scheletro gigante. Il suo viso era così bianco che quasi non si distingueva dal colore lattiginoso dei capelli e della barba, e quando, chinandosi sullo schienale della sedia, chiuse le palpebre, a Hlawa parve semplicemente un cadavere.

Accanto alla sedia c'era una tavola, e su di essa un crocifisso, una brocca d'acqua e una pagnotta di pane nero con conficcata una misericordia, cioè un temibile coltello che i cavalieri usavano per finire i feriti. Da tempo Jurand non consumava altro cibo che pane e acqua. Per vestito portava un ruvido cilicio, cinto con una corda, indossato sulla pelle nuda. Così, dal suo ritorno dalla prigionia di Szczytno, viveva il potente e un tempo terribile cavaliere di Spychów.

Udendo gli entranti, scostò con il piede la lupa addomesticata che gli scaldava i piedi nudi e si appoggiò all'indietro. Allora appunto parve al Ceco un morto. Ci fu un momento di attesa, perché si aspettavano che facesse un segno per far cominciare a parlare, ma lui rimase immobile, bianco, calmo, con la bocca semiaperta, come veramente sprofondato nell'eterno sonno della morte.

— C'è qui Hlawa — disse infine con voce dolce Jagienka. — Volete ascoltarlo?

Egli annuì col capo in segno di assenso, e il Ceco cominciò per la terza volta il racconto. Accennò brevemente alle battaglie combattute contro i Tedeschi presso Gotteswerder, narrò la lotta con Arnoldo von Baden e la liberazione di Danusia, ma, non volendo aggiungere dolore alla buona notizia per il vecchio martire né destare in lui nuove inquietudini, nascose che la mente di Danusia si era offuscata per i lunghi giorni di atroce sofferenza.

Invece, poiché aveva il cuore pieno di rancore contro i Cavalieri Teutonici e desiderava che Sigfrido fosse punito nel modo più spietato, non nascose di proposito che l'avevano trovata spaventata, deperita, malata, che era evidente che l'avevano trattata da boia, e che se fosse rimasta più a lungo in quelle terribili mani, sarebbe appassita e morta come appassisce e muore un fiore calpestato. A questa cupa narrazione faceva da accompagnamento il non meno cupo brontolio del temporale che si annunciava. Nuvole di rame si ammassavano sempre più poderose su Spychów.

Jurand ascoltò il racconto senza un fremito o un movimento, tanto che i presenti avrebbero potuto crederlo addormentato. Tuttavia udiva e capiva tutto, perché quando Hlawa cominciò a parlare della sofferenza di Danusia, nelle orbite vuote degli occhi gli si raccolsero due grandi lacrime e gli scesero sulle guance. Di tutti i sentimenti terreni gli era rimasto solo uno: l'amore per la figlia.

Poi le sue labbra lividastre cominciarono a muoversi in preghiera. Fuori si udirono i primi tuoni, ancora lontani, e lampi cominciarono di tanto in tanto a illuminare le finestre. Egli pregò a lungo, e ancora lacrime gli cadevano sulla barba bianca. Finché alla fine cessò, e calò un lungo silenzio che, prolungandosi oltre misura, divenne infine imbarazzante per i presenti, perché non sapevano cosa fare.

Finalmente il vecchio Tolima, braccio destro di Jurand, compagno in tutte le battaglie e principale guardiano di Spychów, disse:

— Sta davanti a voi, signore, questo indemoniato, questo lupo mannaro teutonico, che ha torturato voi e vostra figlia. Fate segno di ciò che devo fare di lui e come punirlo.

A queste parole un improvviso bagliore attraversò il volto di Jurand — e fece cenno che gli portassero il prigioniero vicino.

Due servi lo afferrarono in un batter d'occhio per le spalle e lo condussero davanti al vecchio, che tese la mano, fece scorrere il palmo sul viso di Sigfrido, come per ricordarsi o imprimersi per l'ultima volta i suoi lineamenti, poi lo abbassò sul petto del Krzyżak, tastò le braccia incrociate, toccò le funi — e, richiuse di nuovo gli occhi, reclinò la testa.

I presenti credettero che stesse riflettendo. Ma qualunque cosa facesse, non durò a lungo, perché dopo un momento si riscosse — e diresse la mano verso la pagnotta in cui era conficcata la minacciosa misericordia.

Allora Jagienka, il Ceco, persino il vecchio Tolima e tutti i servi trattennero il respiro. La punizione era cento volte meritata, la vendetta giusta, tuttavia al pensiero che quel vecchio mezzo morto avrebbe squartato a tentoni il prigioniero legato, i loro cuori sussultarono.

Ma egli, afferrato il coltello a metà, protese l'indice fino alla punta della lama, in modo da sapere cosa toccava, e cominciò a tagliare le corde sulle braccia del Krzyżak.

Lo stupore colse tutti, perché capirono la sua intenzione — e non volevano credere ai loro occhi. Troppo era per loro. Hlawa per primo cominciò a mormorare, poi Tolima, e dopo di loro i servi. Solo padre Kaleb cominciò a chiedere con voce rotta da pianto irrefrenabile:

— Fratello Jurand, che volete fare? Volete forse donare la libertà al prigioniero?

— Sì — rispose con un cenno del capo Jurand.

— Volete che se ne vada senza vendetta e senza punizione?

— Sì!

Il mormorio di collera e indignazione aumentò ancora, ma padre Kaleb, non volendo che un atto di misericordia così inaudito andasse sprecato, si rivolse ai mormoranti e gridò:

— Chi osa opporsi a un santo? In ginocchio!

E, inginocchiatosi egli stesso, cominciò a dire:

— Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno...

E recitò il «Padre nostro» fino alla fine. Alle parole: «E rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori», i suoi occhi si volsero involontariamente a Jurand, il cui volto sfolgorò davvero di una luce soprannaturale.

E quella vista, unita alle parole della preghiera, spezzò i cuori di tutti i presenti, tanto che il vecchio Tolima, dall'anima indurita in continue battaglie, fatta la croce santa, abbracciò poi il ginocchio di Jurand e disse:

— Signore, se la vostra volontà deve compiersi, bisogna accompagnare il prigioniero fino al confine.

— Sì! — annuì Jurand.

Lampi sempre più frequenti illuminavano le finestre: la tempesta era sempre più vicina.

Il testo è di pubblico dominio. Per i dettagli della licenza, consultare la pagina dell'autore: Henryk Sienkiewicz.

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