Tellura
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II (2/2)

Capitolo 91 · 1422 parole · ~8 min di lettura

— A me delle donne non importa nulla — rispose brusco Wolfgang. — Uno di voi la riporti al padre, purché poi si presenti; ma l’altro non lo lascio andare.

— E se avessi giurato sull’onore e sulla lancia di san Giorgio?

Wolfgang esitò un poco, ché quello era un giuramento solenne, ma in quel momento Arnoldo domandò per la terza volta.

— Che dice?

E saputo di che si trattava, cominciò a opporsi con foga e in modo grossolano al rilascio di entrambi sulla parola. Aveva il suo tornaconto: era stato sconfitto in battaglia campale da Skirwoillo, e in duello da quei cavalieri polacchi. Come soldato, sapeva bene che quella fanteria del fratello doveva tornare a Malbork, perché se avesse proseguito verso Gotteswerder, dopo la distruzione dei reparti precedenti, sarebbe andata al macello. Sapeva dunque che avrebbe dovuto presentarsi davanti al maestro e al maresciallo, e capiva che la vergogna sarebbe minore se avesse potuto mostrare almeno un prigioniero di riguardo. Un cavaliere vivo, portato davanti agli occhi, vale più del racconto di averne catturati due.

Perciò Maćko, ascoltando il rauco strepito e le imprecazioni di Arnoldo, comprese subito che bisognava accettare ciò che offrivano, perché non avrebbe ottenuto di più, e disse rivolgendosi a Wolfgang:

— Allora vi prego, signore, ancora di una cosa: sono certo che mio nipote capirà da sé che tocca a lui restare con la moglie, e a me venire con voi. Ma per ogni evenienza, permettete che gli faccia sapere che non c’è da discutere, perché questa è la vostra volontà.

— Bene: per me è lo stesso — rispose Wolfgang. — Parliamo solo del riscatto che vostro nipote dovrà portare per sé e per voi, perché da questo dipende tutto.

— Del riscatto? — chiese Maćko, che avrebbe preferito rimandare quel discorso. — Non abbiamo forse tempo davanti a noi? Quando si tratta con un cavaliere cinto, la parola vale quanto denaro contante. E sul prezzo ci si può affidare alla coscienza. Noi, laggiù sotto Gotteswerder, abbiamo catturato un vostro nobile cavaliere, un certo signor de Lorche, e mio nipote (fu lui a prenderlo) lo liberò sulla parola senza nemmeno pattuire il prezzo.

— Avete preso il signor de Lorche? — domandò vivamente Wolfgang. — Lo conosco. È un potente cavaliere. Ma come mai non l’abbiamo incontrato per strada?

— Perché evidentemente non è passato di qui, ma è andato verso Gotteswerder o forse verso Ragneta — rispose Maćko.

— È un cavaliere potente e di stirpe illustre — ripeté Wolfgang. — Farete un bel bottino! Ma avete fatto bene a ricordarlo, perché ora non vi lascerò andare per un nonnulla.

Maćko si morse i baffi, ma alzò con fierezza la testa:

— Noi sappiamo bene quanto valiamo, anche senza questo.

— Tanto meglio — disse il giovane von Baden.

Ma subito dopo aggiunse:

— Tanto meglio, non per noi, che siamo umili monaci votati alla povertà, ma per l’Ordine, che userà il vostro denaro a gloria di Dio.

Maćko non rispose nulla, guardò solo Wolfgang come se volesse dire: «Ditelo a qualcun altro» — e dopo un poco cominciarono a trattare.

Fu per il vecchio cavaliere una cosa pesante e spinosa, perché da un lato era molto sensibile a ogni perdita, dall’altro capiva che non gli conveniva valutare troppo poco sé e Zbyszko. Si dimenava dunque come un’anguilla, tanto più che Wolfgang, pure essendo apparentemente civile e misurato nel parlare, si rivelò smisuratamente avido e duro come una pietra. La sola consolazione per Maćko era il pensiero che tutto sarebbe stato pagato da de Lorche, ma anche così rimpiangeva la speranza perduta del guadagno, mentre sul riscatto di Zygfryd non contava, pensando che Jurand, e persino Zbyszko, non avrebbero rinunciato alla sua testa per nessun prezzo.

Dopo lunghe trattative accettò infine la quantità di grivnie e la scadenza, e stabilito quanti servi e quanti cavalli doveva prendere Zbyszko, andò a comunicarglielo, e inoltre, visibilmente timoroso che ai tedeschi potesse venire in mente qualche altra idea, gli consigliò di partire immediatamente.

— Così è nello stato cavalleresco — diceva sospirando. — Ieri tenevi per la testa, oggi ti tengono! Ma non importa! Dio voglia, tornerà il nostro turno! Ma ora non perdere tempo. Andando di buon passo, raggiungerai Hlawa, e sarà più sicuro per voi stare insieme; una volta usciti dalle foreste e giunti in terra abitata in Masovia, presso ogni nobile o vassallo troverete ospitalità, aiuto e cure. A un forestiero da noi non si negano, figuriamoci a un congiunto! Per quella poverina può anche essere la salvezza.

Così dicendo, guardava Danusia, che, immersa in un dormiveglia, respirava rapida e rumorosa. Le sue mani diafane, posate sulla scura pelle d’orso, tremavano febbrilmente.

Maćko la benedisse e disse:

— Ehi, prendila e parti! Che Dio cambi le cose, perché mi sembra che fili sottile!

— Non ditelo! — esclamò Zbyszko con accento disperato.

— Potenza di Dio! Ti farò condurre qui il cavallo, e tu parti!

E uscito dalla stanza, dispose tutto per la partenza. I turchi donati da Zawisza condussero i cavalli con la culla imbottita di muschio e pelli, e il servo Wit il destriero di Zbyszko; e dopo poco Zbyszko uscì dalla stanza tenendo Danusia in braccio.

C’era in questo qualcosa di così commovente che entrambi i fratelli von Baden, spinti dalla curiosità davanti alla capanna, vedendo la figura ancora quasi infantile di Danusia, il suo volto simile davvero a quello delle sante vergini nelle icone delle chiese, e la sua debolezza così grande che, non potendo reggere la testa, la teneva appoggiata pesantemente sulla spalla del giovane cavaliere, cominciarono a guardarsi l’un l’altro con stupore e a indignarsi in cuore contro gli artefici della sua sventura. «Proprio cuore da boia, non da cavaliere, aveva Zygfryd» — sussurrò Wolfgang al fratello — «e quella serpe, benché per causa sua tu sia stato liberato, la farò frustare a verghe». Li commosse anche il fatto che Zbyszko portasse Danusia in braccio come una madre il bambino — e compresero il suo amore, perché entrambi avevano ancora sangue giovane nelle vene.

Egli esitò un momento se prendere l’ammalata davanti a sé in sella e tenerla durante il viaggio al petto, o deporla nella culla. Decise infine per quest’ultima opzione, pensando che sarebbe stato più comodo per lei viaggiare sdraiata. Quindi, avvicinatosi allo zio, si chinò verso la sua mano per baciarla in segno di commiato, ma Maćko, che in realtà lo amava come la pupilla dei suoi occhi, benché non volesse mostrare commozione davanti ai tedeschi, non poté trattenersi e, abbracciandolo forte, premette le labbra sui suoi folti capelli biondi.

— Dio ti guidi! — disse. — E ricordati del vecchio, perché la prigionia è sempre dura.

— Non lo dimenticherò — rispose Zbyszko.

— Che la Madre Santissima ti dia conforto!

— Dio ve ne renda merito... per questo e per tutto.

Dopo un poco Zbyszko era già a cavallo, ma Maćko si ricordò ancora di qualcosa, perché balzò verso di lui e, posandogli una mano sul ginocchio, disse:

— Ascolta! Se raggiungi Hlawa, per quanto riguarda Zygfryd, bada di non attirarti disonore né su di te né sul mio capo bianco. Jurand — va bene, ma non tu! Giuramelo sulla spada e sull’onore!

— Finché non tornerete, tratterrò anche Jurand, perché non si vendichino su di voi per Zygfryd — rispose Zbyszko.

— Hai dunque così a cuore la mia sorte?

E il giovane sorrise tristemente:

— Lo sapete.

— In cammino! Va’ sano!

I cavalli si mossero, e presto li nascose la chiara boscaglia di noccioli. A Maćko divenne improvvisamente terribilmente triste e solitario, e l’anima gli si strappava con tutte le forze verso quel ragazzo amato, in cui era tutta la speranza della stirpe. Ma subito si scrollò dal dolore, perché era un uomo duro e padrone di sé.

— Ringraziare Dio che non è lui il prigioniero, ma io...

E si voltò verso i tedeschi:

— E voi, signori, quando partite e dove?

— Quando ci piacerà — rispose Wolfgang — e partiremo per Malbork, dove davanti al maestro dovrete prima presentarvi, signore.

«Ecco, là sono capaci di tagliarmi la testa per aver aiutato gli Żmujdzini!» — disse tra sé Maćko.

Tuttavia lo rassicurava il pensiero che aveva in serbo il signor de Lorche, e che gli stessi von Baden avrebbero difeso la sua testa, se non altro per non perdere il riscatto.

Perché — ragionava — in tal caso Zbyszko non avrebbe dovuto né presentarsi né intaccare il patrimonio.

E questo pensiero gli portò un certo sollievo.

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