VIII.
I servi lo sciolsero subito, ma lui, con gli arti intorpiditi, cadde a terra; quando lo sollevarono, cominciò a svenire a più riprese, perché era anche gravemente malconcio. Invano, per ordine di Zbyszko, lo condussero al fuoco, gli diedero da mangiare e da bere, lo unsero di grasso e poi lo coprirono di pelli calde. Sanderus non riusciva a riprendersi: cadde in un sonno così profondo che solo a mezzogiorno del giorno seguente Czech riuscì a svegliarlo.
Zbyszko, divorato dall'impazienza, andò subito da lui. Dapprima non poté sapere nulla: fosse per la paura dopo le terribili emozioni, fosse per il sollievo che coglie le anime deboli quando il pericolo è passato, Sanderus fu preso da un pianto così irrefrenabile che invano cercava di rispondere alle domande. I singhiozzi gli serravano la gola, le labbra tremavano, e dagli occhi sgorgavano lacrime così copiose che pareva la vita dovesse scorrere via con loro.
Alla fine, ripresosi un poco e rinvigorito dal latte di giumenta che i Lituani avevano imparato a bere dai Tartari, cominciò a lamentarsi che i «figli di Belial» lo avevano ridotto a malpartito con le lance, che gli avevano rubato il cavallo su cui portava reliquie di eccezionale potenza e valore, e infine che, legato all'albero, le formiche gli avevano morso gambe e corpo a tal punto che di certo lo attendeva la morte, se non oggi, domani.
Ma Zbyszko fu infine preso dall'ira; si alzò e disse:
— Rispondi, vagabondo, a ciò che ti chiedo e bada che non ti accada di peggio!
— Qui vicino c'è un formicaio di formiche rosse — intervenne Czech. — Fatelo distendere lì, signore, e subito ritroverà la lingua in bocca.
Hlawa non diceva sul serio, anzi sorrideva, perché in cuor suo voleva bene a Sanderus; ma costui si spaventò e cominciò a gridare:
— Misericordia! Misericordia! Datemi ancora di quella bevanda pagana, e dirò tutto quello che ho visto e anche quello che non ho visto!
— Se dici una sola bugia, ti ficco un cuneo tra i denti! — rispose Czech. Ma riavvicinò l'otre di latte di giumenta alle sue labbra; Sanderus lo afferrò, vi si attaccò avidamente come un bambino al seno, e cominciò a sorseggiare, aprendo e chiudendo gli occhi a intermittenza. Quando ebbe bevuto circa due quarti, o più, si scosse, si mise l'otre sulle ginocchia e disse, come arrendendosi alla necessità: — Porcheria!... Poi, rivolto a Zbyszko: — Ma ora chiedi, salvatore!
— Mia moglie era in quel drappello con cui viaggiavi?
Sul volto di Sanderus si riflesse uno stupore. Aveva sentito dire che Danusia era la moglie di Zbyszko, ma poiché il matrimonio era stato segreto e subito dopo ella era stata rapita, in cuor suo aveva sempre pensato a lei solo come alla figlia di Jurand. Tuttavia rispose in fretta:
— Sì, voivoda, c'era! Ma Sigfrido de Löwe e Arnold von Baden si sono fatti strada attraverso i nemici.
— L'hai vista? — chiese il giovane col cuore che batteva.
— Il suo volto non l'ho visto, signore, ma ho visto tra due cavalli una culla di vimini, completamente chiusa, in cui trasportavano qualcuno; la custodiva la stessa Lucertola, la serva religiosa che era venuta da Danveld al Maniero Forestale. E ho anche sentito un canto lamentoso che veniva dalla culla...
Zbyszko impallidì per l'emozione, si sedette su un tronco e per un momento non seppe cos'altro chiedere. Anche Maćko e Czech erano immensamente commossi, perché avevano udito una notizia importante e grande. Forse Czech pensò anche alla sua amata padrona rimasta a Spychów, per la quale quella notizia era come una sentenza di sventura.
Seguì un momento di silenzio. Infine l'astuto Maćko, che non conosceva Sanderus e ne aveva appena sentito parlare, lo guardò sospettoso e chiese:
— Chi sei? E cosa facevi tra i Krzyżacy?
— Chi io sia, nobile cavaliere — rispose il vagabondo — te lo dicano questo valoroso principe (e indicò Zbyszko) e questo coraggioso conte ceco, che mi conoscono da tempo.
Qui evidentemente il kumys cominciò a fare effetto, perché si animò e, rivolgendosi a Zbyszko, cominciò a parlare con voce sonora in cui non c'era più traccia della precedente debolezza.
— Signore, mi avete salvato due volte la vita. Senza di voi mi avrebbero mangiato i lupi, o mi avrebbe raggiunto la punizione dei vescovi, i quali, tratti in inganno dai miei nemici (oh, com'è malvagio questo mondo!), avevano ordinato di perseguitarmi per la vendita di reliquie di cui sospettavano l'autenticità. Ma voi mi avete accolto: grazie a voi i lupi non mi hanno divorato e l'inseguimento non ha potuto raggiungermi, poiché ero scambiato per uno dei vostri uomini. Mai mi è mancato presso di voi né cibo né bevanda — migliore di questo latte di giumenta che detesto, ma di cui berrò ancora, per dimostrare che un povero pellegrino pio non si tira indietro davanti a nessuna mortificazione.
— Parla, saltimbanco, svelto, ciò che sai e non fare il buffone! — esclamò Maćko.
Ma quello sollevò di nuovo l'otre alle labbra, lo vuotò completamente e, come se non avesse udito le parole di Maćko, si rivolse di nuovo a Zbyszko:
— Per questo vi ho amato, signore. I santi, come dice la Scrittura, peccavano nove volte all'ora; così anche a Sanderus qualche volta capita di peccare, ma Sanderus non è stato e non sarà un ingrato. Perciò quando la sventura vi colpì, ricordate ciò che vi dissi: Ecco, andrò di castello in castello e istruendo la gente per strada, cercherò ciò che avete perduto. Chi non ho interrogato, dove non sono stato! — sarebbe lungo a dirsi; basti che ho trovato, e da quel momento, non così la bardana si attacca al mantello come io mi attaccai al vecchio Sigfrido. Mi feci suo servo e di castello in castello, di commenda in commenda, di città in città, lo seguii senza sosta fino all'ultima battaglia.
Zbyszko intanto aveva dominato l'emozione e disse:
— Ti sono grato, e non ti mancherà la ricompensa. Ma ora rispondi a ciò che ti chiedo: mi giurerai sulla salvezza dell'anima che lei è viva?
— Giuro sulla salvezza dell'anima! — rispose seriamente Sanderus.
— Perché Sigfrido lasciò Szczytno?
— Non lo so, signore, ma lo immagino: non era mai stato commendatore a Szczytno; lo lasciò forse temendo gli ordini del maestro, il quale, si diceva, gli aveva scritto di consegnare la prigioniera alla duchessa di Masovia. Forse fuggiva davanti a quella lettera, perché l'anima gli si era indurita dal dolore e dalla vendetta per Rotgier. Dicono ora che quello fosse suo figlio. E non so come sia, so solo che gli si era sconvolta la mente per l'accanimento, e che finché vive, non lascerà andare la figlia di Jurand — volevo dire: la giovane signora.
— Tutto ciò mi sembra strano — interruppe Maćko — perché se quel vecchio cane fosse stato così accanito contro tutto il sangue di Jurand, avrebbe ucciso Danuśka.
— E voleva farlo — rispose Sanderus — ma gli accadde qualcosa per cui poi si ammalò gravemente e mancò poco che non spirasse. Molto ne bisbigliano i suoi uomini. Alcuni dicono che, andando di notte alla torre per uccidere la giovane signora, incontrò uno spirito maligno; altri che invece un Angelo. Basti che fu trovato sulla neve davanti alla torre, completamente svenuto. Ancora adesso, quando ne parla, i capelli gli si rizzano in testa; per questo non osa alzare la mano su di lei, e ha paura di ordinarlo ad altri. Porta con sé un muto, l'ex boia di Szczytno, ma non si sa perché, perché anche lui ha paura come tutti.
Queste parole fecero grande impressione. Zbyszko, Maćko e Czech si avvicinarono a Sanderus, che si fece il segno della croce e continuò:
— Non è bello stare tra di loro. Spesso ho sentito e visto cose da far venire i brividi. Alle vostre signorie ho già detto che al vecchio commendatore si è guastato qualcosa nella testa. Ah, come poteva essere altrimenti, quando gli spiriti dell'aldilà lo visitano! Appena rimane solo, comincia un ansimare intorno a lui, proprio come se a qualcuno mancasse il fiato. E quello è Danveld, che il terribile signore di Spychów uccise. Allora Sigfrido gli dice: «Che vuoi? Le messe non ti servono a nulla, perché vieni?» E quello solo digrigna i denti e poi ansima di nuovo. Ma più spesso viene ancora Rotgier, dopo il quale si sente zolfo nella stanza, e con lui il commendatore parla ancora di più: «Non posso! (gli dice) non posso! Quando verrò io stesso, allora sì, ma ora non posso!» Ho anche sentito come gli chiedeva: «Ti darà sollievo, figliolo?» E così sempre. E capita anche che per due o tre giorni non dica una parola a nessuno, e sul volto gli si vede un dolore atroce. Quella culla la custodiscono attentamente sia lui che quella serva religiosa, così che nessuno può mai vedere la giovane signora.
— Non la tormentano? — chiese cupamente Zbyszko.
— Dirò la pura verità a vostra signoria: non ho sentito percosse né grida, ma ho sentito un canto lamentoso, e a volte come se un uccello pigolasse...
— Guai! — esclamò Zbyszko a denti stretti.
Ma Maćko interruppe ogni altra domanda:
— Basta così — disse. — Racconta ora della battaglia. Hai visto? Come fuggirono e cosa ne è stato di loro?
— L'ho vista — rispose Sanderus — e racconterò fedelmente. All'inizio combatterono ferocemente, ma quando si accorsero di essere accerchiati da tutte le parti, cominciarono a pensare a come uscire. Il cavaliere Arnold, che è un vero gigante, per primo ruppe il cerchio e aprì un varco, attraverso il quale passarono anche il vecchio commendatore insieme a pochi uomini e alla culla, che era legata tra due cavalli.
— E non ci fu inseguimento? Come mai non li raggiunsero?
— L'inseguimento ci fu, ma non poté fare nulla, perché quando si avvicinava troppo, il cavaliere Arnold si voltava e ingaggiava battaglia con tutti. Dio guardi chiunque dall'incontrarlo: è un uomo di tale forza terribile che per lui è come niente combattere anche con cento. Tre volte si voltò così, tre volte fermò l'inseguimento. Gli uomini che erano con lui morirono tutti. Lui stesso mi sembra fosse ferito e aveva il cavallo ferito, ma si salvò, e inoltre diede tempo al vecchio commendatore di fuggire al sicuro.
Maćko, ascoltando, pensò che Sanderus dicesse la verità, perché si ricordò che, a partire dal luogo in cui Skirwoillo aveva combattuto, la strada per un lungo tratto in direzione opposta era coperta di cadaveri di Żmujdzini, tagliati orribilmente come se li avesse colpiti la mano di un gigante.
— Tuttavia, come hai potuto vedere tutto ciò? — chiese a Sanderus.
— L'ho visto — rispose il vagabondo — perché mi aggrappai alla coda di uno di quei cavalli che portavano la culla e fuggii insieme, finché non ricevetti un calcio allo stomaco. Allora svenni e per questo caddi nelle mani delle vostre signorie.
— Potrebbe essere accaduto così — disse Hlawa — ma bada di non mentire su qualcosa, perché ne usciresti male!
— C'è ancora il segno — rispose Sanderus. — Chi vuole, può vederlo; tuttavia è meglio credere sulla parola che essere condannati per incredulità.
— Anche se a volte dicessi la verità senza volerlo, ululeresti per simonia.
E cominciarono a stuzzicarsi, come era loro abitudine un tempo, ma l'ulteriore conversazione fu interrotta da Zbyszko:
— Hai viaggiato per quella terra, quindi la conosci. Quali castelli ci sono nelle vicinanze e dove, a tuo parere, hanno potuto rifugiarsi Sigfrido e Arnold?
— Non ci sono castelli nelle vicinanze, perché tutto è una sola foresta, attraverso la quale è stato recentemente tagliato quel sentiero. Non ci sono neppure villaggi o insediamenti: ciò che c'era, lo hanno bruciato gli stessi Tedeschi, perché quando iniziò questa guerra, la popolazione locale, che discende dalla stessa stirpe di quella di qui, si sollevò contro il dominio teutonico. Io penso, signore, che Sigfrido e Arnold ora vagano per la foresta: o vorranno tornare da dove sono venuti, o passare di nascosto a quella fortezza verso cui marciavamo prima di quella sfortunata battaglia.
— Sicuramente è così! — disse Zbyszko. E si immerse in profondi pensieri. Dalle sopracciglia aggrottate e dal volto concentrato era facile intuire con quanto sforzo riflettesse, ma non durò a lungo. Dopo un momento alzò la testa e disse:
— Hlawa! Che cavalli e servi siano pronti, perché partiamo subito.
Lo scudiero, che non aveva mai l'abitudine di chiedere le ragioni degli ordini, si alzò e senza dire una parola corse verso i cavalli; invece Maćko sgranò gli occhi sul nipote e chiese stupito:
— E... Zbyszko! Ehi! E tu dove vai? Cosa?... Come?...
Ma quello rispose a sua volta con una domanda:
— E voi cosa pensate? Forse non dovrei?
A questo il vecchio cavaliere tacque. Lo stupore si spense gradualmente sul suo volto; scosse la testa una e due volte, e infine respirò a fondo e disse come completando un pensiero tra sé:
— Ebbene sì... Non c'è rimedio!
E anche lui andò verso i cavalli, mentre Zbyszko si rivolse al signor de Lorche e, per mezzo di un Mazur che sapeva il tedesco, gli disse:
— Non posso pretendere da te che mi aiuti contro questi uomini con i quali hai servito sotto la stessa bandiera; perciò sei libero: vai dove vuoi.
— Non posso ora aiutarti con la spada contro il mio onore cavalleresco — rispose de Lorche — ma quanto alla libertà, neppure. Rimango tuo prigioniero sulla parola e mi presenterò alla chiamata, dove ordinerai. E tu, in caso di qualche avventura, ricordati che per me l'Ordine scambierà qualsiasi prigioniero, poiché provengo non solo da una famiglia potente, ma benemerita verso i Krzyżacy.
E cominciarono a salutarsi, posandosi secondo l'usanza le mani sulle spalle e baciandosi sulle guance, mentre de Lorche disse:
— Andrò a Malbork, oppure alla corte mazoviecka, perché tu sappia che se non qui, là mi troverai. Il tuo messaggero mi dica solo due parole: Lorena-Geldria!
— Bene — rispose Zbyszko. — Andrò ancora da Skirwoillo perché ti dia un segno che i Żmujdzini rispettano.
Poi si recò da Skirwoillo. Il vecchio condottiero diede il segno e non fece alcuna difficoltà riguardo alla partenza: sapeva di cosa si trattava, voleva bene a Zbyszko, gli era grato per l'ultima battaglia e inoltre non aveva alcun diritto di trattenere un cavaliere che apparteneva a un altro paese ed era venuto solo di sua spontanea volontà. Quindi, ringraziandolo per l'importante servizio reso, lo fornì di viveri – utili in quel paese desolato – e lo salutò con l'augurio che un giorno potessero ancora incontrarsi in qualche grande e definitiva battaglia contro i Krzyżacy.
A Zbyszko invece premeva: era come consumato dalla febbre. Quando giunse al suo seguito, trovò tutto pronto, e tra la gente anche lo zio Maćko, già a cavallo, armato di cotta di maglia e con l'elmo in testa. Allora, avvicinatosi, disse:
— Anche voi partite con me?
— E che altro dovrei fare? — chiese un po' bruscamente Maćko.
Zbyszko non rispose nulla; baciò solo la destra armata dello zio, poi montò a cavallo e partirono.
Sanderus viaggiava con loro. Conoscevano bene la strada fino al campo di battaglia, ma oltre sarebbe stato lui la guida. Contavano anche che, se avessero incontrato nei boschi dei contadini locali, questi, odiando i loro padroni teutonici, li avrebbero aiutati a seguire le tracce del vecchio commendatore e di quell'Arnold von Baden, della cui forza sovrumana e valore tanto Sanderus aveva raccontato.