Il principe Janusz e la principessa partirono insieme a parte della corte per la pesca primaverile a Czersk, poiché amavano immensamente quello spettacolo e lo consideravano il loro più nobile divertimento. Tuttavia il Ceco seppe da Mikołaj da Długolas molte cose importanti, riguardanti tanto questioni private quanto la guerra. Apprese dunque anzitutto che il cavaliere Maćko aveva evidentemente abbandonato l’intenzione di recarsi in Samogizia direttamente attraverso la «Spartizione prussiana». Sulla guerra il vecchio Mikołaj confermò tutte quelle notizie che Hlawa aveva udito a Szczytno. Tutta la Samogizia insorse contro i Tedeschi come un solo uomo, e il principe Witold non solo non aiutava più l’Ordine Teutonico contro gli sventurati Samogizi, ma, senza ancora dichiarargli guerra e illudendolo con trattative, sosteneva comunque la Samogizia con denaro, uomini, cavalli e grano.
Intanto, tanto lui quanto i Cavalieri Teutonici mandavano ambasciatori al Papa, all’imperatore e ad altri signori cristiani, accusandosi reciprocamente di spergiuro, infedeltà e tradimento. Da parte del grande principe partì con quelle lettere il saggio Mikołaj ze Rżeniewa, che sapeva districare i fili aggrovigliati dall’astuzia teutonica, dimostrando chiaramente gli smisurati torti subiti dalle terre lituane e samogizie.
Intanto, quando al Sejm di Vilnius si rafforzarono ulteriormente i legami tra Lituania e Polonia, i cuori teutonici tremarono, poiché era facile prevedere che Jagiełło, come futuro signore di tutte le terre sotto il dominio del principe Witold, si sarebbe schierato dalla sua parte in caso di guerra. Il conte Jan Sayn, commendatore di Grudziądz, e il conte Schwartzburg, di Danzica, partirono per ordine del maestro verso il re per chiedere cosa dovessero aspettarsi da lui. Il re non disse loro nulla, sebbene gli avessero portato doni: falchi veloci e preziosi vasi. Minacciarono dunque la guerra, ma non sinceramente, poiché sapevano bene che il maestro e il capitolo temevano nell’animo la terribile potenza di Jagiełło e desideravano rinviare il giorno dell’ira e della sconfitta.
E si laceravano, come fili di ragno, tutti i negoziati, e si laceravano specialmente quelli con Witold. La sera, dopo l’arrivo di Hlawa, giunsero nuovamente notizie fresche al castello di Varsavia. Arrivò Bronisz z Ciasnoci, cortigiano del principe Janusz, che egli aveva precedentemente inviato per notizie in Lituania, e con lui due insigni principi lituani con lettere di Witold e dei Samogizi. Le notizie erano minacciose. L’Ordine Teutonico si preparava alla guerra. Si rinforzavano castelli, si macinava polvere da sparo, si scalpellavano palle di pietra, si radunavano verso il confine fanti e cavalieri, e reparti più leggeri di cavalleria e fanteria già irrompevano nei confini della Lituania e della Samogizia dal lato di Ragneta, da Gotteswerder e da altri castelli di confine. Già nelle boscaglie, già nei campi, già nei villaggi risuonavano grida belliche, e la sera sul mare scuro delle foreste splendevano bagliori di incendi. Witold prese infine la Samogizia sotto la sua aperta protezione, inviò i suoi governatori, e come comandante del popolo in armi nominò il famoso per valore Skirwoillo. Questi irruppe in Prussia, bruciò, distrusse, devastò. Lo stesso principe avvicinò l’esercito alla Samogizia, fornì alcuni castelli, altri, come ad esempio Kaunas, distrusse, affinché non divenissero appoggio per i Cavalieri Teutonici. Non era più segreto per nessuno che quando fosse giunto l’inverno e il gelo avesse stretto acquitrini e pantani, o anche prima, se l’estate fosse stata secca, sarebbe iniziata una grande guerra che avrebbe coinvolto tutte le terre lituane, samogizie e prussiane; se poi il re fosse accorso in aiuto di Witold, allora sarebbe dovuto giungere il giorno in cui l’onda tedesca, o avrebbe sommerso l’altra metà del mondo, o, respinta, si sarebbe ritirata per lunghi secoli nel suo antico letto.
Ma non doveva ancora accadere subito. Intanto per il mondo risuonava il lamento dei Samogizi, le loro disperate lamentele per i torti e il grido di giustizia. Si leggeva quella lettera della sventurata nazione a Cracovia, a Praga, alla corte papale e in altri regni occidentali. Al principe Janusz portarono quel documento aperto quei boiardi che erano giunti con Bronisz z Ciasnoci. Più di un mazurio quindi tastava involontariamente la spada al fianco e rifletteva in cuor suo se non arruolarsi di propria volontà sotto le insegne di Witold. Si sapeva che il grande principe era ben lieto della provata nobiltà lechitica, altrettanto feroce in battaglia quanto i boiardi lituani e samogizi, ma più esercitata e meglio armata. Alcuni erano spinti anche dall’odio verso gli antichi nemici della stirpe lechitica, altri dalla pietà: «Ascoltate, ascoltate! – gridavano ai re, ai principi e a tutte le nazioni i Samogizi. – Eravamo liberi e popolo di nobile sangue, e l’Ordine Teutonico vuole trasformarci in schiavi! Non cerca le nostre anime, ma la terra e le ricchezze. La nostra miseria è già tale che non ci resta che mendicare o rapinare! Come potrebbero purificarci con l’acqua del battesimo, quando essi stessi non hanno mani pure? Noi vogliamo il battesimo, ma non con sangue e spada, e vogliamo la fede, ma solo quella che insegnano gli onorevoli monarchi, Jagiełło e Witold. Ascoltate e salvateci, perché periamo! L’Ordine Teutonico non vuole battezzarci per opprimerci più facilmente; non ci manda preti, bensì carnefici. Già ci hanno preso gli alveari, le mandrie, tutti i frutti della terra; già non ci è più permesso pescare né cacciare animali nelle foreste.
Vi supplichiamo! Ascoltate, perché ci hanno piegato i colli, un tempo liberi, ai lavori notturni nei castelli, ci hanno portato via i bambini come ostaggi, e disonorano mogli e figlie sotto gli occhi dei mariti e dei padri. A noi converrebbe più gemere che parlare! Hanno bruciato le nostre famiglie, hanno deportato i signori in Prussia, hanno ucciso grandi uomini: Korkuć, Wassygin, Swolk e Sągajło – e come lupi bevono il nostro sangue... Oh, ascoltate! Eppure siamo uomini, non bestie, perciò gridiamo al Santo Padre affinché ordini di battezzarci tramite vescovi polacchi, poiché desideriamo il battesimo con tutta l’anima, ma il battesimo con l’acqua della grazia, non con il sangue vivo della distruzione».
Così e in modo simile si lamentavano i Samogizi, quindi quando le loro lamentele furono udite anche alla corte mazoviecka, subito diversi cavalieri e cortigiani decisero di andare in loro aiuto, ritenendo che non fosse nemmeno necessario chiedere il permesso al principe Janusz, se non altro perché la principessa era sorella carnale di Witold. E i cuori ribollirono di comune ira quando si seppe da Bronisz e dai boiardi che molti nobili giovani samogizi, che erano ostaggi in Prussia, non potendo sopportare gli oltraggi e le crudeltà che i Cavalieri Teutonici infliggevano loro, si erano tolti la vita.
Hlawa si rallegrava invece di questo ardore della cavalleria mazoviecka, pensava infatti che più gente dalla Polonia si fosse unita al principe Witold, più grande sarebbe divampata la guerra e più sicuramente si sarebbe potuto ottenere qualcosa contro i Cavalieri Teutonici. Lo rallegrava anche il fatto che avrebbe rivisto Zbyszko, al quale si era affezionato, e il vecchio cavaliere Maćko, che riteneva degno di essere visto all’opera, e insieme a loro nuove terre selvagge, città sconosciute, cavalieri ed eserciti mai visti prima, e infine lo stesso principe, la cui fama allora risuonava ampiamente per il mondo.
E con questo pensiero decise di viaggiare «per vie grandi e sollecite», senza fermarsi mai più del necessario per far riposare i cavalli. Quei boiardi che erano giunti con Bronisz z Ciasnoci, e gli altri lituani che si trovavano alla corte della principessa, esperti di tutte le strade e i passaggi, dovevano guidare lui e i cavalieri volontari mazovieci da insediamento a insediamento, da rocca a rocca e attraverso foreste sconfinate e selvagge, che ricoprivano la maggior parte della Masovia, della Lituania e della Samogizia.