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IV (2/5)

Capitolo 72 · 2327 parole · ~12 min di lettura

— Senti come suonano le campane in città? Indovina perché suonano, perché non è domenica e tu hai dormito fino a mattutino. Vorresti vedere l’abate? — Di certo lo vorrei — rispose Jagienka. — Beh, allora lo vedrai come il re Cwieka. — Perché sarebbe andato più lontano? — Già, è partito. E non senti che suonano? — Morto? — esclamò Jagienka. — Recita un eterno riposo.

Così subito si inginocchiarono, lei e Anula Sieciechówna, e cominciarono a recitare l’eterno riposo con voci squillanti come campanelle. Poi le lacrime cominciarono a scorrere a fiotti sul viso di Jagienka, perché amava moltissimo l’abate, che sebbene fosse irascibile con la gente, non faceva torto a nessuno e faceva del bene con entrambe le mani, e lei, che era sua figlioccia, l’amava come una figlia naturale.

Maćko, ricordando che era parente suo e di Zbyszko, si commosse anche lui e pianse un poco; e solo dopo che una parte del dolore fu sfogata con le lacrime, portò il Czech e le due ragazze al funerale in chiesa.

Il funerale fu splendido. Il corteo fu condotto dallo stesso vescovo Giacomo di Kurdwanów, erano presenti tutti i sacerdoti e tutti i monaci che avevano conventi a Płock, suonarono tutte le campane, furono pronunciati discorsi che nessuno, tranne i chierici, capiva, perché erano in latino; poi chierici e laici tornarono a un ricco banchetto dal vescovo.

Maćko vi andò, portando con sé due ragazzi, poiché come parente del defunto e conoscente del vescovo ne aveva tutto il diritto. Il vescovo lo accolse volentieri e con onore come parente del defunto, ma subito al saluto gli disse: — Ci sono alcune foreste lasciate in eredità a voi Grad di Bogdaniec, ma ciò che resta e non va ai monasteri e all’abbazia, ecco, sarà della sua figlioccia, una certa Jagienka di Zgorzelice.

Maćko, che non si aspettava molto, fu contento anche delle foreste, e il vescovo non notò che uno dei ragazzi del vecchio cavaliere, al sentire il nome di Jagienka di Zgorzelice, alzò gli occhi umidi come fiordalisi e disse: — Dio glielo renda, ma avrei preferito che vivesse.

Così Maćko si voltò e disse arrabbiato: — Taci, o ti farai vergogna.

Ma all’improvviso si interruppe, un lampo di stupore gli brillò negli occhi, poi il suo volto si fece feroce e lupesco, perché poco lontano, accanto alla porta da cui stava entrando la duchessa Alessandra, vide Kuno von Lichtenstein inchinato in un cortigianesimo atteggiamento, lo stesso per cui Zbyszko a Cracovia era quasi morto.

Jagienka non aveva mai visto Maćko così: il viso contratto come il muso di un cane arrabbiato, sotto i baffi gli brillarono i denti, in un attimo si rigirò la cintura e si mosse verso l’odiato Krzyżak.

Ma a metà strada si fermò e cominciò a passarsi la larga mano tra i capelli. Ricordò in tempo che Lichtenstein poteva essere alla corte di Płock solo come ospite o, più probabilmente, come ambasciatore, e che se avesse voluto colpirlo senza chiedere nulla, avrebbe agito proprio come Zbyszko sulla strada di Tyniec.

Perciò, avendo più giudizio ed esperienza di Zbyszko, si trattenne, riavvolse la cintura, raserenò il volto, aspettò, e poi, quando la duchessa dopo aver salutato Lichtenstein cominciò a parlare con don Giacomo di Kurdwanów, le si avvicinò e, inchinatosi profondamente, le ricordò chi era e che la considerava sua benefattrice a causa di quella lettera che lei gli aveva procurato tempo addietro.

La duchessa ricordava a malapena il suo volto, ma si ricordò facilmente sia della lettera sia di tutta la faccenda. Era a conoscenza anche di ciò che era accaduto alla vicina corte mazoviecka: aveva sentito parlare di Jurand, della prigionia di sua figlia, del matrimonio di Zbyszko e del suo duello mortale con Rotgier. Tutto ciò la interessò immensamente, come un qualche racconto cavalleresco o una di quelle canzoni che i menestrelli declamavano in Germania e i giullari in Masovia. I Cavalieri Teutonici non le erano certo così odiosi come alla moglie di Janusz, Anna Danuta, soprattutto perché, volendosela rendere favorevole, gareggiavano in omaggi, lusinghe e la colmavano di doni generosi; ma in questo caso il suo cuore era dalla parte degli innamorati. Era pronta ad aiutarli — e inoltre la rallegrava avere davanti a sé un uomo che poteva raccontarle nei dettagli il corso degli eventi.

Maćko, che già prima aveva deciso di ottenere in qualche modo il favore e la protezione dell’influente duchessa, vedendo con quanto interesse ascoltava, le parlò volentieri delle sventure di Zbyszko e Danuśka e la commosse quasi fino alle lacrime, e tanto più che lui stesso provava la disgrazia del nipote più di chiunque altro e se ne doleva con tutta l’anima.

— Non ho mai sentito niente di più commovente in vita mia — disse infine la duchessa — e la più grande pena mi prende per il fatto che lui già aveva sposato quella fanciulla, era già sua, e non ha conosciuto alcuna felicità. Tuttavia — sapete per certo che non l’ha conosciuta? — Mio Dio onnipotente! — rispose Maćko. — Almeno se l’avesse conosciuta! Ma lui la sposò, essendo gravemente malato, la sera, e all’alba già l’avevano presa! — E credete che siano stati i Cavalieri Teutonici? Perché da noi dicevano di briganti che ingannarono i Cavalieri Teutonici, dando loro un’altra ragazza. Parlavano anche di uno scritto di Jurand... — Non sono stati i giudizi umani a deciderlo, ma quelli divini. Grande era, dicono, quel cavaliere, Rotgier, che vinceva i più forti, eppure cadde per mano di un ragazzo. — Beh, un tale ragazzo — disse sorridendo la duchessa — a cui è più sicuro non mettersi sulla strada. Il torto c’è, è vero! E giustamente vi lamentate, eppure di quei quattro tre non sono più vivi, e quel vecchio che è rimasto, anche lui, a quanto ho sentito, è appena scampato alla morte. — E Danuśka? E Jurand? — rispose Maćko. — Dove sono? Dio sa se anche a Zbyszko non sia successo qualcosa di male, lui che è andato a Malbork. — Lo so, ma i Cavalieri Teutonici non sono quei veri mascalzoni che pensate. A Malbork, al fianco del Gran Maestro e di suo fratello Ulryk, che è un uomo cavalleresco, non poteva accadere nulla di male a vostro nipote, che aveva sicuramente anche le lettere del principe Janusz. A meno che non abbia sfidato qualche cavaliere e sia caduto, perché a Malbork dimorano sempre molti dei più famosi cavalieri da ogni parte del mondo. — Eh, non ne ho più molta paura — disse il vecchio cavaliere. — Purché non lo chiudano in un sotterraneo, purché non lo uccidano con un tradimento, e purché abbia un qualche ferro in pugno, non ho molta paura. Una sola volta si è trovato un uomo più forte di lui, che lo ha steso in lizza, ed era proprio il principe di Masovia Enrico, quello che fu vescovo qui e che si innamorò della bella Rynga. Ma Zbyszko allora era del tutto un fanciullo. Inoltre lui solo sfiderebbe, come l’amen nel Pater, colui a cui anche io ho fatto voto, e che è qui.

Ciò detto, indicò con gli occhi Lichtenstein, che stava parlando con il voivoda di Płock.

Ma la duchessa aggrottò le sopracciglia e disse con voce severa e secca, con cui parlava sempre quando cominciava a prenderla la collera: — Gli abbiate fatto voto o no, ricordate che lui è nostro ospite; chi vuole essere nostro ospite, deve osservare le buone maniere. — Lo so, graziosa signora — rispose Maćko. — Tant’è vero che mi ero già girato la cintura e stavo andando da lui, ma mi sono trattenuto, pensando che forse è ambasciatore. — Perché in effetti è ambasciatore. Ed è uomo importante tra i suoi, sui cui consigli lo stesso Gran Maestro fa affidamento, e non gli rifiuta cose da poco. Dio forse ha voluto che non fosse a Malbork durante la presenza di vostro nipote, poiché Lichtenstein, sebbene sia di nobile stirpe, dicono sia ostinato e vendicativo. Vi ha riconosciuto? — Non molto poteva riconoscermi, perché mi ha visto poco. Sulla strada di Tyniec eravamo con gli elmi, e poi sono stato da lui solo una volta per la faccenda di Zbyszko, ma di sera, perché c’era fretta. Ho notato anche ora che mi guardava, ma solo perché sto parlando più a lungo con Vostra Grazia, perché poi ha girato tranquillamente gli occhi dall’altra parte. Zbyszko l’avrebbe riconosciuto, ma lui mi ha dimenticato, e del mio voto forse non ha nemmeno sentito parlare, avendo cose più importanti a cui pensare. — Come, più importanti? — Perché a lui hanno fatto voto, a quanto pare, anche Zawisza z Garbowa, Powała di Taczew, Marcin di Wrocimowic, Paszko Złodziej e Lis di Targowiska. Ognuno di loro, graziosa signora, se la caverebbe anche con dieci come lui, e ancora di più, dato che sono in gruppo! Sarebbe stato meglio per lui non essere nato, che avere una tale spada sulla testa. E io non solo non gli farò menzione del voto, ma cercherò anche di entrare in confidenza con lui. — E perché mai?

E il volto di Maćko si fece improvvisamente astuto, simile a quello di una vecchia volpe. — Perché mi dia qualche lettera con cui possa viaggiare sicuro per le terre dei Cavalieri Teutonici e, in caso di bisogno, prestare aiuto a Zbyszko. — È forse degno dell’onore cavalleresco? — chiese sorridendo la duchessa. — Degno — rispose con voce ferma Maćko. — Se, per esempio, in battaglia lo attaccassi da dietro senza gridargli di voltarsi, mi attirerei vergogna, ma in tempo di pace portare il nemico al laccio con l’intelligenza, di ciò nessun vero cavaliere si vergogna. — Allora vi presenterò — rispose la duchessa.

E fatto cenno a Lichtenstein, lo presentò a Maćko, pensando che anche se Lichtenstein l’avesse riconosciuto, non sarebbe successo niente di grande.

Ma Lichtenstein non lo riconobbe, perché sulla strada di Tyniec l’aveva visto con l’elmo, e poi aveva parlato con lui una sola volta, e di sera, quando Maćko era andato da lui a chiedere il perdono della colpa di Zbyszko. Tuttavia si inchinò piuttosto fieramente; solo quando vide dietro il cavaliere due bei ragazzi riccamente vestiti, pensò che non chiunque poteva averne di tali, e il suo volto si illuminò un po’, sebbene non smettesse di gonfiare fieramente le labbra, cosa che faceva sempre se non aveva a che fare con un sovrano.

E la duchessa disse, indicando Maćko: — Questo cavaliere va a Malbork, e io stessa lo raccomando alla grazia del Gran Maestro, ma lui, avendo sentito della stima di cui godete nell’Ordine, desidererebbe avere una lettera anche da voi.

Ciò detto, se ne andò dal vescovo, e Lichtenstein fissò su Maćko i suoi occhi freddi e d’acciaio e chiese: — Quale motivo vi spinge, signore, a visitare la nostra pia e modesta capitale? — Un motivo onesto e un motivo pio — rispose Maćko, alzando gli occhi. — Se fosse altrimenti, la graziosa duchessa non si sarebbe fatta garante per me. Ma oltre ai voti religiosi, vorrei anche conoscere il vostro Gran Maestro, che fa pace sulla terra ed è il più famoso cavaliere del mondo. — Per chi la graziosa duchessa, vostra signora e benefattrice, si fa garante, non si lamenterà della nostra povera ospitalità; tuttavia, quanto al Gran Maestro, difficilmente potrete vederlo, perché già un mese fa è partito per Danzica, e di lì doveva dirigersi a Königsberg e poi verso la frontiera, poiché, sebbene amante della pace, deve pur difendere i domini dell’Ordine dai traditori assalti di Witold.

Udito ciò, Maćko si afflisse così visibilmente che Lichtenstein, ai cui occhi nulla poteva nascondersi, disse: — Vedo che avevate uguale desiderio di conoscere il Gran Maestro e di adempiere ai voti religiosi. — Certo che lo avevo, lo avevo! — rispose in fretta Maćko. — Dunque è già certa la guerra con Witold per la Samogizia? — L’ha iniziata lui stesso, dando aiuto ai ribelli contravvenendo ai giuramenti.

Seguì un attimo di silenzio. — Ah! Che Dio conceda fortuna all’Ordine, come merita! — disse infine Maćko. — Non posso conoscere il Gran Maestro, allora almeno adempirò ai voti.

Ma nonostante queste parole, lui stesso non sapeva cosa fare per il momento e, con un sentimento di grande afflizione, si chiedeva in cuor suo: «Dove devo cercare Zbyszko ora e dove lo troverò?».

Era facile prevedere che se il Gran Maestro aveva lasciato Malbork e si era recato in guerra, non valeva la pena cercare Zbyszko a Malbork – e in ogni caso bisognava procurarsi notizie più precise su di lui. Stary Maćko si preoccupò molto, ma poiché era uomo rapido nel decidere, decise di non perdere tempo e di ripartire il giorno stesso all’alba. Ottenere una lettera da Lichtenstein, con l’appoggio della duchessa Alessandra, di cui il commendatore aveva illimitata fiducia, gli fu facile. Ricevette dunque una raccomandazione per lo starosta di Brodnica e per il Gran Ospitaliere di Malbork, per la quale però regalò a Lichtenstein una bella coppa d’argento, finemente lavorata a Breslavia, del tipo che i cavalieri usavano mettere piena di vino accanto al letto la notte, per avere a portata di mano, in caso d’insonnia, sia una medicina per dormire che un piacere.

Questa generosità di Maćko sorprese un po’ il Czech, che sapeva che il vecchio cavaliere non era molto incline a colmare di doni nessuno, e specialmente i tedeschi – ma quegli disse: — Ho fatto così perché gli ho fatto voto e devo combattere con lui, e non mi si addiceva attentare alla vita di un uomo che mi ha reso un servizio. Non è nostro costume colpire un benefattore... — Ma è un peccato per la bella coppa! — rispose un po’ scontroso il Czech.

Al che Maćko: — Non faccio nulla senza riflettere, non temere! Perché se il Signore Gesù misericordioso mi permetterà di abbattere il tedesco, allora certo recupererò la coppa e conquisterò con essa molte altre cose preziose.

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