Era già pieno pomeriggio quando la duchessa, insieme al seguito, partì dall’ospitale Tyniec alla volta di Cracovia.
Per far bella figura, tanto Maćko quanto Zbyszko indossarono le migliori corazze e gli spallacci, presi ai cavalieri frisoni: lucenti, brillanti, ornati ai bordi con filo d’oro. Mikołaj di Długolas, che aveva visto molto mondo e molti cavalieri in vita sua, ed era non piccolo conoscitore di cose belliche, riconobbe subito che erano armature forgiate dai maestri milanesi, i più famosi armaioli del mondo, tali che solo i cavalieri più ricchi potevano permettersele e ognuna valeva quanto un buon podere. Ne dedusse che quei Frisoni dovevano essere personaggi eminenti nella loro nazione, e con maggior rispetto cominciò a guardare Maćko e Zbyszko. Gli elmi, invece, sebbene anch’essi non mediocri, non erano così sontuosi; ma gli enormi destrieri, ben bardati, destarono tra i cortigiani ammirazione e invidia. Sia Maćko che Zbyszko, seduti su selloni altissimi, guardavano dall’alto tutta la corte. Ciascuno teneva in mano una lunga lancia, ciascuno aveva la spada al fianco e l’ascia alla sella. Per comodità avevano consegnato gli scudi ai carri, ma anche senza di essi entrambi sembravano andare in battaglia, non in città.
Entrambi cavalcavano vicino alla carrozza, in cui sul sedile posteriore sedevano la duchessa con Danusia, e sul davanti la rispettabile dama di corte Ofka, vedova di Cristino di Jarząbków, e il vecchio Mikołaj di Długolas. Danusia guardava con grande interesse i cavalieri di ferro, mentre la duchessa, estraendo di tanto in tanto dal seno una scatola con le reliquie di san Tolomeo, la portava alle labbra.
«Sono terribilmente curiosa di sapere quali ossa ci siano dentro» disse infine, «ma non aprirò da sola per non offendere il santo. Lo apra il vescovo a Cracovia».
Al che il cauto Mikołaj di Długolas rispose: «Eh, meglio non lasciarlo andare di mano, è cosa troppo preziosa».
«Forse avete ragione» disse la duchessa dopo un momento di riflessione, poi aggiunse: «Da molto tempo nessuno mi aveva fatto tanto piacere come quel degno abate, sia con questo dono sia perché ha placato la mia paura delle reliquie dei Cavalieri Teutonici».
«Parlò saggiamente e giustamente» disse Maćko di Bogdaniec. «Anche loro avevano varie reliquie sotto Vilnius, e tanto più perché volevano convincere gli ospiti che era una guerra contro i pagani. E allora? I nostri videro che basta sputare nel pugno e menare l’ascia all’orecchio, e sia l’elmo che la testa cedevano. I santi aiutano, sarebbe peccato dire il contrario, ma solo i giusti, che vanno in battaglia secondo giustizia nel nome di Dio. Così penso anch’io, graziosa signora, che se verrà una grande guerra, anche se tutti i tedeschi aiutassero i Cavalieri Teutonici, li sconfiggeremo completamente, perché la nostra nazione è più grande e Gesù ha messo nelle nostre ossa maggior forza. E quanto alle reliquie, forse che nel nostro monastero di Santa Croce non c’è il legno della Santa Croce?»
«È vero, come Dio mi è caro» disse la duchessa. «Ma da noi rimane nel monastero, mentre loro portano le loro con sé in battaglia».
«Fa lo stesso! Per la potenza di Dio non c’è lontananza».
«È vero? Ditemi, come stanno le cose?» chiese la duchessa rivolgendosi al saggio Mikołaj di Długolas, e lui rispose: «A questo ogni vescovo darebbe testimonianza. Anche a Roma è lontano, e il Papa governa il mondo, figuriamoci Dio!»
Queste parole calmarono del tutto la duchessa, così rivolse la conversazione su Tyniec e le sue meraviglie.
«Questa è una tenuta reale di re Casimiro» disse la duchessa, «eppure qui si vive e non si muore».
«Mi sembra strano» intervenne madonna Ofka, vedova di Cristino di Jarząbków, «che Walgierz Wdały, di cui parlavano i monaci, possa apparire a Tyniec, dove le campane suonano sette volte al giorno».
Questa osservazione mise per un momento in imbarazzo Mikołaj, che solo dopo qualche riflessione rispose: «Prima di tutto, i decreti di Dio sono imperscrutabili».
«E sia come vuole, ma sono contenta che non pernottiamo nel monastero. Sarei morta di paura se un tale gigante infernale mi apparisse».
«Ehi! Non si sa, dicono che sia terribilmente bello».
«Anche se fosse bellissimo, non voglio vedere uno a cui esce zolfo dalla bocca».
«Eh, non stuzzicate il lupo nella tana» rispose Mazur, «perché il demonio spesso si aggira anche sulla strada tra Cracovia e Tyniec, specialmente verso sera; e se mai vi apparisse in forma di gigante!»
«Per scongiurare il malocchio» rispose Ofka.
Ma in quel momento Maćko di Bogdaniec, che seduto sull’alto destriero poteva vedere più lontano di quelli che sedevano in carrozza, tirò le redini e disse: «Oh, come Dio mi è caro, e questo che cos’è?»
«Che cosa?»
«Un gigante qualsiasi sta uscendo da dietro la collina davanti a noi».
«E il Verbo si è fatto carne!» esclamò la duchessa. «Non dite sciocchezze».
Ma Zbyszko si sollevò sulle staffe e disse: «In fede, il gigante Walgierz, nessun altro».
A questo il cocchiere, per la paura, fermò i cavalli e, senza lasciare le redini, cominciò a farsi il segno della croce, perché anche lui aveva già scorto dalla cassetta, sulla collina opposta, una gigantesca figura di cavaliere.
La duchessa si alzò e subito si sedette con il volto sconvolto dalla paura; Danusia nascose la testa tra le pieghe della veste della duchessa. I cortigiani, le dame e i menestrelli, che cavalcavano dietro la carrozza, udito il nome funesto, cominciarono a stringersi intorno a lei. Gli uomini ridevano ancora, ma negli occhi avevano inquietudine; le giovani impallidirono, solo Mikołaj di Długolas, che aveva mangiato il pane di molti forni, conservò il viso sereno e, volendo tranquillizzare la duchessa, disse: «Non abbiate paura, graziosa signora. Il sole non è ancora tramontato, e anche se fosse notte, san Tolomeo se la caverà con Walgierz».
Intanto il cavaliere sconosciuto, salito sulla cresta allungata della collina, fermò il cavallo e rimase immobile. Ai raggi del sole al tramonto lo si vedeva perfettamente, e in effetti la sua figura sembrava superare in enormità le normali dimensioni umane. La distanza tra lui e il seguito della duchessa non superava i trecento passi.
«Perché si ferma?» disse uno dei menestrelli.
«Perché anche noi ci fermiamo» rispose Maćko.
«Ci guarda, come se volesse scegliersi qualcuno» osservò un altro menestrello. «Se sapessi che è un uomo e non un diavolo, gli andrei incontro e lo colpirei in testa con il liuto».
Le donne si spaventarono del tutto e cominciarono a pregare ad alta voce; Zbyszko, invece, volendo mostrare coraggio davanti alla duchessa e a Danusia, disse: «Io invece vado comunque. Che m’importa di Walgierz».
A questo Danusia cominciò a chiamare, quasi piangendo: «Zbyszko, Zbyszko!»
Ma lui spinse il cavallo e procedette sempre più veloce, fiducioso che anche se avesse incontrato il vero Walgierz, lo avrebbe trafitto da parte a parte con la lancia.
E Maćko, che aveva vista acuta, disse: «Sembra un gigante perché sta sulla collina. È un omaccione grande, ma un uomo comune, nient’altro. Oh! Vado anch’io per evitare che nasca una lite tra lui e Zbyszko».
Zbyszko, intanto, andando al trotto, rifletteva se mettere subito la lancia in resta o prima guardare da vicino come fosse quell’uomo sulla collina. Decise però prima di guardare, e subito si convinse che era un’idea migliore, perché man mano che si avvicinava, lo sconosciuto cominciava a perdere ai suoi occhi le sue dimensioni straordinarie. L’uomo era enorme e cavalcava un enorme cavallo, più grande ancora del destriero di Zbyszko, ma non superava le misure umane. Inoltre era senz’armatura, con un berretto di velluto in testa a forma di campana, e un mantello di tela bianca che lo riparava dalla polvere, da sotto il quale spuntava una veste verde. In piedi sulla collina, teneva la testa sollevata e pregava. Evidentemente si era fermato per finire le preghiere della sera.
«Eh, che Walgierz d’egli!» pensò il giovane.
Era già così vicino che avrebbe potuto raggiungere lo sconosciuto con la lancia; questi, vedendo davanti a sé un giovane cavaliere splendidamente armato, gli sorrise benevolmente e disse: «Sia lodato Gesù Cristo!»
«Nei secoli dei secoli».
«Non è forse la corte della duchessa di Masovia laggiù?»
«Sì».
«Venite da Tyniec?»
Ma a questo non ebbe risposta, perché Zbyszko fu così stupito che non udì nemmeno la domanda. Per un momento rimase come pietrificato, non credendo ai propri occhi, poiché, a un quarto di stai dietro l’uomo sconosciuto, vide una quindicina di soldati a cavallo, alla cui testa, ma molto più avanti, cavalcava un cavaliere tutto armato di lucente armatura, con un mantello bianco di panno con una croce nera e un elmo d’acciaio con un superbo pennacchio di piume di pavone sulla cresta.
«Krzyżak» sussurrò Zbyszko.
E a quella vista pensò che le sue preghiere fossero state esaudite, che Dio nella sua misericordia gli inviasse quel tedesco che aveva chiesto a Tyniec, che bisognava approfittare della grazia divina; così, senza esitare un istante, prima che tutto gli passasse per la mente, prima che avesse il tempo di riprendersi dallo stupore, si piegò in sella, abbassò la lancia a mezza orecchia del cavallo e, lanciato il grido del suo clan: «Grady! Grady!», si scagliò a briglia sciolta contro il Krzyżak.
E quello rimase stupito a sua volta, poiché fermò il cavallo e, senza abbassare la lancia che sporgeva in alto dalla staffa, guardò davanti a sé, come incerto se stessero mirando a lui.
«Abbassa la lancia!» urlò Zbyszko, affondando le punte di ferro delle staffe nei fianchi del cavallo. «Grady! Grady!»
La distanza che li separava cominciò a diminuire. Il Krzyżak, vedendo che l’attacco era davvero diretto contro di lui, tirò le redini, mise in resta l’arma, e già la lancia di Zbyszko stava per infrangersi contro il suo petto, quando all’improvviso una potente mano spezzò la lancia a Zbyszko proprio all’altezza della mano, come un giunco secco; poi la stessa mano tirò le redini del suo cavallo con una forza così terribile che il destriero si arrestò conficcando tutti e quattro gli zoccoli nel terreno, come piantato.
«Pazzo, che fai?» risuonò una voce profonda e minacciosa. «Colpisci un inviato, offendi il re».
Zbyszko guardò e riconobbe lo stesso uomo gigantesco che, scambiato per Walgierz, aveva poco prima spaventato le dame di corte della duchessa.
«Lasciami andare contro il tedesco! Chi sei tu?» gridò, afferrando l’impugnatura dell’ascia.
«Via l’ascia! Per il caro Dio, via l’ascia, dico, o ti butto giù da cavallo!» gridò ancora più minaccioso lo sconosciuto. «Hai offeso la maestà del re e andrai sotto processo».
Poi si rivolse agli uomini che cavalcavano dietro il Krzyżak e gridò: «Venite!»
Ma frattanto arrivò Maćko, con il volto inquieto e minaccioso. Anche lui capiva chiaramente che Zbyszko aveva agito da pazzo e che da questa faccenda potevano derivargli conseguenze funeste, ma era tuttavia pronto alla zuffa. L’intero seguito del cavaliere sconosciuto e del Krzyżak contava appena quindici uomini, armati in parte di lance, in parte di balestre; due cavalieri completamente corazzati potevano dunque battersi con loro non senza speranza di vittoria. Maćko pensava anche che se in seguito li avesse minacciati un processo, forse era meglio evitarlo, travolgendo quegli uomini e poi nascondersi finché la tempesta non fosse passata. Quindi il suo volto si contrasse subito come il muso di un lupo pronto a mordere e, spinto il cavallo tra Zbyszko e l’uomo sconosciuto, cominciò a chiedere, afferrando intanto la spada: «Chi siete? Da dove viene il vostro diritto?»
«Il mio diritto viene da qui» rispose lo sconosciuto, «che il re mi ha ordinato di vigilare sulla sicurezza della zona, e mi chiamano Powała di Taczewa».
A queste parole Maćko e Zbyszko guardarono il cavaliere, poi riposero l’arma già mezza sguainata e abbassarono il capo. Non era paura che li aveva colti, ma si inchinarono davanti a quel nome famoso e ben noto, poiché Powała di Taczewa, nobile di stirpe illustre e potente signore, possessore di numerose terre presso Radom, era anche uno dei più celebri cavalieri del regno. I menestrelli lo cantavano nelle loro canzoni come modello di onore e valore, celebrando il suo nome alla pari di quelli di Zawisza z Garbowa, Farurej, Skarbek di Góra, Dobko di Oleśnica, Jaśko Namszan, Mikołaj z Moskorzowa e Zyndram di Maszkowic. In quel momento, inoltre, egli rappresentava in qualche modo la persona del re, quindi aggredirlo significava consegnare la testa alla scure del boia.
Maćko, ripresosi, disse con voce piena di rispetto: «Onore e omaggio a voi, signore, alla vostra fama e al vostro valore».
«Omaggio anche a voi, signore» rispose Powała, «ma avrei preferito fare la vostra conoscenza in una circostanza meno grave».
«Perché?» chiese Maćko.
E Powała si rivolse a Zbyszko: «Che hai fatto di bello, giovanotto? Sulla pubblica strada, sotto gli occhi del re, hai aggredito un inviato! Sai cosa ti aspetta per questo?»
«Si è scagliato contro l’inviato perché è giovane e stupido, perciò è più facile per lui agire che riflettere» disse Maćko. «Ma non lo giudicherete severamente, quando vi avrò raccontato tutta la storia».
«Non sarò io a giudicarlo. Il mio compito è solo mettergli i ceppi».
«Come sarebbe?» disse Maćko, lanciando di nuovo uno sguardo cupo su tutto il gruppo di uomini.
«Per ordine del re».
Dopo queste parole calò il silenzio.