III.
La notizia dell'accaduto a Szczytno giunse tuttavia a Varsavia prima di frate Rotgier, suscitando stupore e inquietudine. Né il principe stesso, né alcuno della corte riusciva a comprendere cosa fosse successo. Poco tempo prima, proprio quando Mikołaj di Długolas stava per partire per Malbork con la lettera del principe in cui questi si lamentava amaramente del rapimento di Danusia da parte di turbolenti commendatori di frontiera e chiedeva in tono quasi minaccioso la sua immediata restituzione, era giunta una lettera del signore di Spychów, che annunciava come sua figlia fosse stata catturata non dai Cavalieri Teutonici, ma da comuni briganti di confine, e che sarebbe stata presto liberata dietro riscatto. Di conseguenza, il messo non era partito, perché a nessuno era nemmeno passato per l'anticamera del cervello che i Cavalieri Teutonici avessero estorto tale scritto a Jurand sotto minaccia di morte della bambina. Era comunque difficile capire cosa fosse accaduto, poiché i predoni di frontiera, tanto sudditi del principe quanto dell'Ordine Teutonico, compivano le loro reciproche incursioni d'estate, non d'inverno, quando la neve tradiva le loro tracce. Di solito assalivano i mercanti, o si davano al saccheggio, catturando gente nei villaggi e razziando le mandrie, ma che osassero insultare lo stesso principe, rapire la sua pupilla e per di più la figlia di un cavaliere potente e universalmente temuto, sembrava superare ogni immaginazione. A questo, tuttavia, come ad altri dubbi, rispondeva la lettera di Jurand con il suo sigillo, portata stavolta da un uomo che si sapeva provenire da Spychów. Perciò ogni sospetto divenne impossibile; il principe, invece, montò in una collera che non gli si vedeva da tempo e ordinò l'inseguimento dei briganti su tutto il confine del suo ducato, chiamando altresì il duca di Plock affinché facesse altrettanto e non lesinasse castighi ai temerari.
Fu allora che giunse la notizia di quanto era accaduto a Szczytno.
E, passando di bocca in bocca, giunse decuplicata.
Si raccontava che Jurand, arrivato in cinque al castello, fosse entrato a forza dalle porte aperte e vi avesse fatto una strage tale che pochi dell'equipaggio erano scampati; che si era dovuto chiedere aiuto ai castelli vicini, radunare cavalieri di rango e schiere armate di fanti, le quali solo dopo due giorni d'assedio erano riuscite a rientrare nel castello e lì avevano ucciso Jurand e i suoi compagni. Si diceva anche che quelle truppe ora sarebbero probabilmente entrate nei confini e che una grande guerra sarebbe inevitabilmente scoppiata. Il principe, che sapeva quanto al Gran Maestro importasse che, in caso di guerra con il re di Polonia, le forze di entrambi i ducati mazoviecki rimanessero neutrali, non credette a queste voci, poiché non ignorava che se i Cavalieri Teutonici avessero iniziato una guerra con lui o con Ziemowit di Plock, nessuna forza umana avrebbe trattenuto i Polacchi; e il Maestro temeva quella guerra. Sapeva che sarebbe arrivata, ma desiderava rimandarla, sia perché era di indole pacifica, sia perché per misurarsi con la potenza di Jagellone occorreva preparare una forza come mai l'Ordine Teutonico ne aveva schierata, e al contempo assicurarsi l'aiuto di principi e cavalieri non solo in Germania, ma in tutto l'Occidente.
Il principe quindi non temeva la guerra, ma voleva sapere cosa fosse realmente accaduto, cosa dovesse pensare dell'accaduto a Szczytno, della scomparsa di Danusia e di tutte quelle notizie che giungevano dalla frontiera. Perciò, per quanto detestasse i Cavalieri Teutonici, fu contento quando una sera il capitano degli arcieri gli annunciò che era giunto un cavaliere dell'ordine e chiedeva udienza.
Lo ricevette tuttavia con alterigia e, sebbene riconoscesse subito che si trattava di uno dei frati presenti alla Stazione Forestale, fece finta di non ricordarsene e gli chiese chi fosse, da dove venisse e cosa lo portasse a Varsavia.
«Sono frate Rotgier» rispose il Cavaliere Teutonico «e poco tempo fa ebbi l'onore di inchinarmi ai piedi di Vostra Altezza.»
«E perché, essendo frate, non indossi le insegne dell'Ordine Teutonico?»
Il cavaliere cominciò a scusarsi dicendo di non aver indossato il mantello bianco solo perché, se lo avesse fatto, sarebbe stato certamente catturato o ucciso dalla cavalleria mazoviecka: ovunque, in tutto il mondo, in tutti i regni e ducati, il segno della croce sul mantello protegge, procura benevolenza e ospitalità, e solo nel ducato di Mazovia la croce mette in sicuro pericolo chi la porta.
Ma il principe lo interruppe con collera:
«Non la croce» disse «perché la croce la baciamo anche noi, ma la vostra iniquità… E se altrove vi accolgono meglio, è perché vi conoscono meno.»
Poi, vedendo che il cavaliere era rimasto molto turbato da queste parole, chiese:
«Eri a Szczytno, o sai cosa è successo là?»
«Ero a Szczytno e so cosa è successo» rispose Rotgier «e vengo qui non come inviato di qualcuno, ma solo per questo: il venerando e santo commendatore di Insburk mi ha detto: “Il nostro Maestro ama il pio principe e confida nella sua giustizia, perciò, mentre io mi affretto verso Malbork, tu va' in Mazovia e presenta il nostro torto, il nostro disonore, la nostra sventura. Di certo il Signore giusto non loderà colui che ha violato la pace e il crudele aggressore che ha versato tanto sangue cristiano, come se fosse servo non di Cristo, ma di Satana.”»
E qui cominciò a raccontare tutto ciò che era accaduto a Szczytno: come Jurand, da loro stessi invitato a vedere se la fanciulla che avevano sottratto ai briganti non fosse sua figlia, invece di mostrare gratitudine, fosse caduto in preda al furore; come avesse ucciso Danveld, frate Goffredo, l'inglese Ugo, von Bracht e due nobili scudieri, senza contare i fanti; come loro, memori dei comandamenti divini e non volendo uccidere, avessero dovuto alla fine avviluppare in una rete quell'uomo terribile, che allora aveva rivolto le armi contro se stesso e si era ferito gravemente; come infine, non solo nel castello ma anche nella città, vi fossero state persone che, durante la bufera invernale, avevano udito nella notte, dopo la lotta, orribili risa e voci che gridavano nell'aria: «Il nostro Jurand! Oltraggiatore della Croce! Spargitore di sangue innocente! Il nostro Jurand!»
E tutto il racconto, e specialmente le ultime parole del Cavaliere Teutonico, fecero una grande impressione su tutti i presenti.
Furono presi dal timore che davvero Jurand non avesse chiamato in aiuto forze impure, e calò un silenzio di tomba. Ma la principessa, che era presente all'udienza e che, amando Danusia, portava in cuore un dolore inconsolabile per lei, si rivolse con inaspettata domanda a Rotgier:
«Dite, cavaliere» disse «che, dopo aver liberato una fanciulla idiota, pensaste fosse la figlia di Jurand, e per questo lo chiamaste a Szczytno?»
«Sì, Signora Mia» rispose Rotgier.
«E come avete potuto pensarlo, dal momento che alla Stazione Forestale avete visto accanto a me la vera Jurandówna?»
A questo frate Rotgier si confuse, perché non era preparato alla domanda. Il principe si alzò e piantò uno sguardo severo sul Cavaliere Teutonico, mentre Mikołaj di Długolas, Mrokota di Mocarzewo, Jasko z Jagielnicy e altri cavalieri mazoviecki balzarono subito verso il monaco, chiedendo a voci alternate e minacciose:
«Come avete potuto pensarlo? Parla, Tedesco! Come è potuto accadere?»
Ma frate Rotgier si riprese e disse:
«Noi frati non alziamo gli occhi sulle donne. Alla Stazione Forestale, presso la graziosa Principessa, c'erano non poche damigelle, ma quale di loro fosse la Jurandówna, nessuno di noi lo sapeva.»
«Danveld lo sapeva» intervenne Mikołaj di Długolas. «Le aveva persino parlato durante la caccia.»
«Danveld sta dinanzi a Dio» rispose Rotgier «e dirò di lui solo questo: il giorno dopo furono trovate rose fiorite sulla sua bara, che, in tempo invernale, non poteva avervi posto mano umana.»
Di nuovo calò il silenzio.
«Come avete saputo del rapimento della Jurandówna?» chiese il principe.
«La stessa empietà e temerità dell'azione la resero famosa qui e da noi. Appena saputolo, facemmo celebrare messe di ringraziamento perché fosse solo una damigella qualsiasi e non uno dei figli di Vostre Altezze a essere stato rapito dalla Stazione Forestale.»
«Ma mi stupisce sempre che abbiate potuto scambiare un'idiota per la figlia di Jurand.»
Allora frate Rotgier: «Danveld diceva: “Spesso il diavolo tradisce i suoi servi, quindi può aver mutato la Jurandówna.”»
«I briganti, in ogni caso, non potevano, in quanto rozzi, falsificare la scrittura di Caleb e il sigillo di Jurand. Chi avrebbe potuto farlo?»
«Uno spirito maligno.»
E ancora nessuno seppe trovare risposta.
Rotgier allora cominciò a fissare attentamente gli occhi del principe e disse:
«In verità, queste domande mi sono come spade nel petto, poiché contengono un'implicazione e un sospetto. Ma io, fiducioso nella giustizia di Dio e nella forza della verità, chiedo a Vostra Altezza: forse lo stesso Jurand sospettava noi di quell'azione? E se sospettava, perché, prima che lo chiamassimo a Szczytno, cercava per tutta la frontiera i briganti per riscattare la figlia?»
«Già… è vero!» disse il principe. «Anche se nascondi qualcosa agli uomini, non lo nascondi a Dio. Sospettò di voi al primo momento, ma poi… poi pensò diversamente.»
«Ecco come lo splendore della verità vince le tenebre!» disse Rotgier.
E percorse con sguardo trionfante la sala, pensando infatti che nelle teste dei Cavalieri Teutonici vi fosse più prontezza e intelligenza che in quelle polacche, e che quella stirpe sarebbe sempre stata preda e nutrimento dell'Ordine Teutonico, come la mosca è preda e nutrimento del ragno.
Perciò, abbandonata la precedente cortesia, si avvicinò al principe e cominciò a parlare con voce alta e pressante: «Risarcisci, Signore, le nostre perdite, i nostri torti, le nostre lacrime e il nostro sangue! Tuo suddito era quell'infernale, perciò in nome di Dio, da cui promana l'autorità di re e principi, in nome della Giustizia e della Croce, risarcisci i nostri torti e il nostro sangue!»
E il principe lo guardò stupito.
«Per amor di Dio!» disse. «Che vuoi? Se Jurand nella sua follia ha versato il vostro sangue, forse che io devo rispondere della sua pazzia?»
«Tuo suddito era, signore» disse il Cavaliere Teutonico «nel tuo ducato giacciono le sue terre, i suoi villaggi e la sua rocca, in cui imprigionava i servi dell'Ordine Teutonico: possa dunque almeno quella proprietà, possano almeno quelle terre e quel castello empio diventare d'ora in poi proprietà dell'Ordine Teutonico. In verità non sarà degno compenso per quel nobile sangue versato! In verità non risusciterà i morti, ma forse potrà in parte placare l'ira di Dio e cancellare l'infamia che altrimenti ricadrà su tutto questo ducato. Oh, Signore! Dappertutto l'Ordine Teutonico possiede terre e castelli che la grazia e la pietà dei principi cristiani gli hanno concesso, solo qui non c'è un palmo di terra in suo dominio. Possa il nostro torto, che grida vendetta a Dio, essere così risarcito, che possiamo dire che anche qui vivono uomini che hanno timor di Dio nel cuore!»
A queste parole, il principe si stupì ancora di più e solo dopo un lungo momento di silenzio rispose:
«Ferite di Dio!... Eppure, se il vostro Ordine Teutonico siede qui, per grazia di chi è, se non per grazia dei miei antenati? Non vi bastano ancora quelle terre, quelle regioni e città che un tempo appartenevano a noi e alla nostra nazione, e che oggi sono vostre? Vive ancora la figlia di Jurand, poiché nessuno vi ha riferito della sua morte, e voi già volete impadronirvi della dote dell'orfana e risarcirvi i vostri torti con il pane dell'orfana?»
«Signore, ammetti il torto» disse Rotgier «perciò risarciscilo come ti detta la tua coscienza principesca e la tua anima giusta.»
E di nuovo fu contento in cuor suo, pensando: «Ora non solo non si lamenteranno, ma delibereranno su come lavarsene le mani e sottrarsi a questa faccenda. Nessuno potrà più rinfacciarci nulla e la nostra fama sarà come il mantello bianco dell'Ordine Teutonico: senza macchia.»
Ma allora si levò inaspettata la voce del vecchio Mikołaj di Długolas:
«V'incolpano di avidità, e Dio sa se a torto, perché anche in questa faccenda vi importa più del guadagno che dell'onore dell'Ordine Teutonico.»
«Vero!» risposero in coro i cavalieri mazoviecki.
E il Cavaliere Teutonico fece qualche passo, sollevò alteramente la testa e, misurandoli con sguardo altezzoso, disse:
«Non vengo qui come ambasciatore, ma come testimone della causa e cavaliere religioso, pronto a difendere l'onore dell'Ordine Teutonico con il mio sangue fino all'ultimo respiro!... Chi dunque, contrario a ciò che lo stesso Jurand ha detto, osasse sospettare l'Ordine Teutonico di complicità nel rapimento di sua figlia, sollevi questo pegno cavalleresco e si rimetta al giudizio di Dio!»
Ciò detto, gettò davanti a loro il suo guanto cavalleresco, che cadde sul pavimento, mentre loro stavano in silenzio profondo, perché, sebbene più d'uno avrebbe voluto intaccare la spada sul collo del Cavaliere Teutonico, tuttavia temevano il giudizio di Dio. Nessuno ignorava che Jurand aveva dichiarato esplicitamente che non erano i cavalieri dell'ordine a rapirgli la bambina, perciò ognuno pensava in cuor suo che la ragione, e quindi anche la vittoria, sarebbe stata dalla parte di Rotgier.
Ed egli si fece ancora più audace e, messe le mani sui fianchi, chiese:
«C'è qualcuno che sollevi questo guanto?»
Allora un cavaliere, il cui ingresso nessuno aveva notato prima e che da un po' ascoltava la conversazione presso la porta, si fece avanti al centro, sollevò il guanto e disse:
«Io!»
E detto questo, gettò il suo guanto dritto in faccia a Rotgier, poi cominciò a parlare con voce che, nel silenzio generale, risuonò come un tuono nella sala:
«Al cospetto di Dio, al cospetto dell'illustre principe e di tutta la nobile cavalleria di questa terra, ti dico, Cavaliere Teutonico, che abbai come un cane contro la giustizia e la verità, e ti sfido in campo per combattere a piedi o a cavallo, con lancia, con ascia, con spada corta o lunga, non fino alla prigionia, ma fino all'ultimo respiro, fino alla morte!»
Nella sala si sarebbe potuta sentire una mosca volare. Tutti gli occhi si volsero su Rotgier e sul cavaliere sfidante, che nessuno riconobbe, poiché sulla testa portava un elmo, sì senza visiera, ma con una tesa circolare che scendeva più in basso degli occhi, nascondendo completamente la parte superiore del viso, mentre su quella inferiore gettava un'ombra profonda. Il Cavaliere Teutonico non era meno stupito di tutti. Lo sconcerto, il pallore e una rabbia furiosa gli balenarono sul volto come un lampo balena nel cielo notturno. Afferrò con la mano il guanto che, scivolatogli dal viso, si era impigliato nel puntale della spalliera, e chiese:
«Chi sei tu, che sfidi la giustizia di Dio?»
E quello slacciò la fibbia sotto il mento, si tolse l'elmo, da cui apparve una testa giovane e chiara, e disse:
«Zbyszko di Bogdaniec, marito della figlia di Jurand!»
Tutti si meravigliarono, e Rotgier con gli altri, poiché nessuno di loro, tranne i due principi, Padre Wyszoniek e de Lorche, sapeva del matrimonio di Danusia; i Cavalieri Teutonici erano sicuri che, oltre al padre, la Jurandówna non avesse altro protettore naturale. Ma in quel momento si fece avanti il signor de Lorche e disse:
«Sulla mia cavalleresca parola, attesto la verità delle sue parole; e chi osasse dubitare, ecco la mia malleveria.»
Rotgier, che non sapeva cosa fosse la paura e in cui il cuore ribolliva in quel momento di rabbia, forse avrebbe raccolto anche quel guanto, ma ricordando che colui che lo aveva gettato era di per sé un potente signore, e in più parente del conte di Goldria, si trattenne; e lo fece tanto più perché lo stesso principe si alzò e, aggrottando le sopracciglia, disse:
«Non è permesso raccogliere questa malleveria, perché anch'io attesto che quel cavaliere ha detto la verità.»
Il Cavaliere Teutonico, udito ciò, s'inchinò, poi disse a Zbyszko:
«Se preferisci, a piedi, in campo chiuso, con asce.»
«Ti ho già sfidato prima» rispose Zbyszko.
«Dio conceda la vittoria alla giustizia!» gridarono i cavalieri mazoviecki.
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