Tellura
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II

Capitolo 48 · 2975 parole · ~15 min di lettura

Zbyszko, udita la funesta notizia, senza neppure chiedere il permesso al principe, corse alle stalle e ordinò di sellare i cavalli. Il Ceco, che in quanto nobile scudiero si trovava con lui nella sala, fece appena in tempo a tornare nella stanza e a portare una calda pelliccia di volpe; non tentò tuttavia di trattenere il giovane signore, perché, avendo per natura un intelletto perspicace, sapeva che trattenerlo sarebbe stato inutile e che ogni indugio poteva rivelarsi fatale. Montato a sua volta su un secondo cavallo, afferrò al portone alcune torce dal portinaio, e subito partirono insieme agli uomini del principe, che il vecchio castellano aveva radunato in fretta. Oltre la porta li avvolsero tenebre impenetrabili, ma la bufera parve loro meno violenta. Avrebbero forse smarrito la strada subito fuori città, se non fosse stato per quell’uomo che per primo aveva dato la notizia dell’accaduto e che ora li guidava tanto più rapido e sicuro perché aveva con sé un cane già pratico della via. In aperta campagna il vento ricominciò a flagellare loro con forza il volto, ma soprattutto perché galoppavano. La strada maestra era percorribile, ma in alcuni punti così coperta di neve che bisognava rallentare, poiché i cavalli sprofondavano fino al ventre. Gli uomini del principe accesero torce e lanterne, e cavalcarono tra fumo e fiamme, che il vento sferzava con tale violenza come se volesse strapparle dai ceppi resinosi e portarle attraverso campi e foreste. Il cammino era lungo: superarono gli insediamenti più vicini a Ciechanów, poi Niedzborz, quindi svoltarono verso Radzanowo. Oltre Niedzborz, tuttavia, la tempesta cominciò davvero a placarsi. I colpi di vento si fecero più deboli e non portavano più intere nuvole di neve. Il cielo si schiarì. Per un po’ cadde ancora neve dall’alto, poi cessò. Quindi, qua e là, nelle fenditure delle nuvole, brillò una stella. I cavalli cominciarono a sbuffare; i cavalieri respirarono più liberi. Le stelle aumentavano a ogni istante e il gelo si faceva sentire. Dopo il tempo di qualche preghiera, tutto si calmò.

Il sire de Lorche, che cavalcava accanto a Zbyszko, cominciò a consolarlo, dicendo che senza dubbio Jurand, nel momento del pericolo, aveva pensato prima di tutto a salvare la figlia, e che, anche se avessero dissotterrato tutti i morti, l’avrebbero trovata senz’altro viva, forse addormentata sotto le pelli. Ma Zbyszko capiva poco di ciò che diceva, e infine non aveva tempo di ascoltarlo, perché dopo un poco la guida, che cavalcava davanti, deviò dalla strada. Il giovane cavaliere si fece avanti e cominciò a chiedere: «Perché svoltiamo?» «Perché non li ha sepolti sulla strada, ma laggiù! Vedete, signore, quell’ontaneto?» Così dicendo, indicò con la mano i cespugli che si oscuravano in lontananza, visibili sul bianco piano di neve, poiché le nuvole avevano scoperto il disco lunare e la notte era diventata chiara. «Dunque sono usciti dalla strada.» «Sono usciti dalla strada e hanno girato in tondo vicino al fiume. Durante una tormenta e una bufera di neve, una cosa del genere accade facilmente. Hanno girato e girato finché i cavalli non hanno ceduto.» «Come li avete trovati?» «Il cane ci ha condotti.» «Non ci sono capanne nei dintorni?» «Ci sono, ma dall’altra parte del fiume. Qui subito c’è la Wkra.» «Ai cavalli!» gridò Zbyszko.

Ma ordinare era più facile che eseguire, perché, sebbene il gelo fosse pungente, sul prato la neve giaceva ancora non gelata, soffice, appena ammucchiata e profonda, e i cavalli sprofondavano oltre le ginocchia; dovevano quindi avanzare lentamente. A un tratto giunse loro l’abbaiare di un cane, e proprio davanti a loro si stagliò il tronco grosso e nodoso di un salice, sopra il quale brillava alla luce della luna una corona di rami spogli. «Sono più in là», disse la guida, «vicino all’ontaneto; ma qui c’è qualcosa.» «C’è un cumulo di neve sotto il salice. Fate luce!» Alcuni uomini del principe smontarono da cavallo e cominciarono a far luce con le torce, poi subito uno gridò: «Un uomo sotto la neve! Si vede la testa, qui!» «E un cavallo!» esclamò subito un altro. «Scavatelo!» Le pale cominciarono a immergersi nella neve e a gettarla da entrambi i lati. Dopo un momento videro una figura umana seduta sotto l’albero, con la testa china sul petto e il berretto calcato profondamente sul volto. Una mano teneva le redini di un cavallo che giaceva accanto con le narici conficcate nella neve. Evidentemente l’uomo si era allontanato dalla comitiva, forse per raggiungere più in fretta un’abitazione e portare aiuto, e quando il cavallo gli era caduto, si era riparato sotto il salice dal lato opposto al vento, e lì era rimasto assiderato. «Fate luce!» gridò Zbyszko. Il garzone accostò la torcia al volto dell’uomo morto assiderato, ma dapprima fu difficile distinguere i lineamenti. Solo quando un altro garzone sollevò il capo chino, da tutti i petti uscì un grido solo: «Il signore di Spychów!» Zbyszko ordinò a due uomini di prenderlo e di tentare di salvarlo nella capanna più vicina, mentre lui, senza perdere un istante, balzò con i servi rimasti e la guida a soccorrere il resto della comitiva. Per strada pensò che lì avrebbe trovato Danusia, sua moglie, forse morta, e spremeva l’ultimo respiro dal cavallo, che affondava nella neve fino al petto. Fortunatamente non era lontano – al massimo qualche centinaio di passi. Dall’oscurità giunsero voci: «Presto!» degli uomini che erano rimasti presso i sepolti. Zbyszko arrivò e saltò giù da cavallo: «Le pale!» Due slitte erano già state dissotterrate da coloro che erano rimasti di guardia. I cavalli e gli uomini al loro interno erano morti assiderati senza scampo. Dove fossero gli altri equipaggi si poteva riconoscere dai mucchi di neve, sebbene non tutte le slitte fossero completamente coperte. Presso alcune si vedevano cavalli, con la pancia appoggiata ai cumuli, che si tendevano come per correre, irrigiditi nell’ultimo sforzo. Davanti a una coppia stava un uomo con una lancia in mano, immerso fino alla cintola nella neve, immobile come un palo; più avanti, dei servi erano morti accanto ai cavalli, tenendoli per il muso. La morte li aveva colti evidentemente nel momento in cui cercavano di estrarre i cavalli dai mucchi di neve. Un equipaggio, all’estremità della comitiva, era del tutto scoperto. Il conducente sedeva rannicchiato sul davanti, con le mani alle orecchie, e dietro giacevano due uomini: lunghi strati di neve accumulati di traverso sul loro petto si univano al cumulo vicino e li coprivano come un lenzuolo, e sembravano dormire tranquilli e sereni. Ma altri erano morti lottando fino all’ultimo contro la tormenta, perché erano irrigiditi in atteggiamenti pieni di sforzo. Diverse slitte erano rovesciate; alcune avevano le stanghe spezzate. Le pale scoprivano a ogni istante groppe di cavalli, tese come archi, o teste conficcate con i denti nella neve, uomini nelle slitte e accanto alle slitte – ma su nessuna trovarono donne.

Zbyszko a volte lavorava con la pala, finché il sudore gli bagnava la fronte; a volte illuminava i volti dei cadaveri, col cuore che batteva, per vedere se tra loro non apparisse l’amato viso – tutto invano! La fiamma illuminava solo i fieri volti baffuti dei combattenti di Spychów – né Danusia né alcun’altra donna si trovava in alcun luogo.

«Che cos’è?» si chiese stupito il giovane cavaliere. E chiamò gli uomini che lavoravano più lontano, chiedendo se avessero scoperto qualcosa; ma quelli scoprivano solo uomini. Infine il lavoro fu finito. I servi attaccarono i propri cavalli alle slitte e, saliti a cassetta, partirono con i cadaveri verso Niedzborz, per cercare nella calda dimora se qualcuno dei morti potesse essere rianimato. Zbyszko con il Ceco e due uomini rimase. Gli venne in mente che forse la slitta con Danusia si era separata dalla comitiva; forse Jurand, se, come era da aspettarsi, la slitta era trainata dai migliori cavalli, aveva ordinato loro di andare avanti, o forse l’aveva lasciata presso qualche capanna lungo la strada. Zbyszko non sapeva cosa fare; in ogni caso voleva perlustrare i cumuli di neve vicini, l’ontaneto, e poi tornare indietro e cercare lungo la strada.

Ma nei cumuli non trovarono nulla. Nell’ontaneto, solo gli occhi dei lupi balenarono loro più volte, ma da nessuna parte trovarono tracce di uomini e cavalli. Il prato tra l’ontaneto e la strada riluceva al chiaro di luna, e sulla sua bianca e triste superficie si vedevano in lontananza qua e là alcune macchie più scure, ma erano anch’esse lupi, che all’avvicinarsi degli uomini cominciavano a fuggire rapidi.

«Vostra grazia!» disse infine il Ceco: «cavalcando e cercando invano, perché la signorina di Spychów non era nella comitiva.» «Sulla strada!» rispose Zbyszko. «Non la troveremo neppure sulla strada. Ho guardato bene se su qualche slitta vi fossero arnesi o indumenti femminili. Non c’era nulla. La signorina è rimasta a Spychów.» Zbyszko fu colpito dalla giustezza di questa osservazione, perciò rispose: «Dio voglia che sia come dici.» E il Ceco andò ancora più a fondo con la sua intelligenza: «Se fosse stata da qualche parte in una slitta, il vecchio signore non si sarebbe allontanato da lei, o, allontanandosi, l’avrebbe presa con sé sul cavallo, e l’avremmo trovata accanto a lui.» «Andiamoci ancora una volta», disse Zbyszko con voce preoccupata. Gli venne in mente, infatti, che forse era andata proprio come diceva il Ceco. E se non avessero cercato abbastanza accuratamente? E se Jurand avesse preso Danusia davanti a sé sul cavallo, e poi, quando il cavallo era caduto, Danusia si fosse allontanata dal padre, cercando di trovare per lui qualche aiuto? In tal caso, avrebbe potuto trovarsi da qualche parte sotto la neve nelle vicinanze.

Ma Glovacz, come se avesse indovinato quei pensieri, ripeté: «In tal caso, sulla slitta si sarebbero trovati degli indumenti, perché non sarebbe certo venuta a corte solo con i vestiti che aveva addosso.» Nonostante questa giusta osservazione, tornarono sotto il salice, ma né lì, né per un centinaio di passi intorno trovarono nulla. Jurand era già stato portato via dagli uomini del principe a Niedzborz, e tutto intorno era completamente deserto. Il Ceco notò ancora che il cane che correva con la guida e che aveva trovato Jurand avrebbe trovato anche la signorina. Allora Zbyszko tirò un sospiro di sollievo, perché acquistò quasi la certezza che Danusia fosse rimasta a casa. Sapeva persino spiegarsi perché fosse accaduto: Danusia aveva evidentemente confessato tutto al padre, e lui, non acconsentendo al matrimonio, l’aveva lasciata apposta in casa, mentre era venuto lui stesso a esporre la questione al principe e a cercare la sua intercessione presso il vescovo. A questo pensiero Zbyszko non poté trattenere un sentimento di sollievo, e persino di gioia, perché capì che con la morte di Jurand erano scomparsi tutti gli ostacoli. «Jurand non voleva, ma il Signore Gesù ha voluto», disse tra sé il giovane cavaliere, «e la volontà di Dio è sempre più forte.» Ora doveva solo andare a Spychów e prendere Danusia come sua, e poi compiere solo le nozze, che proprio al confine erano più facili da compiere che nel lontano Bogdaniec. «Volontà di Dio! Volontà di Dio!» ripeteva nell’animo. A un tratto, però, si vergognò di questa gioia frettolosa, e rivolgendosi al Ceco disse: «In verità, mi dispiace per lui, e lo riconosco apertamente.» «La gente diceva che i tedeschi lo temevano come la morte», rispose lo scudiero. Dopo un momento chiese: «Torniamo ora al castello?» «Passando per Niedzborz», rispose Zbyszko. E infatti si fermarono a Niedzborz e giunsero davanti alla dimora, dove li ricevette il vecchio signore Zelech. Jurand non lo trovarono, ma Zelech diede loro una buona notizia. «L’abbiamo sfregato con la neve, quasi fino all’osso», disse, «e gli abbiamo versato vino in bocca, poi l’abbiamo fatto sudare nel bagno, dove ha cominciato a respirare.» «È vivo?» esclamò con gioia Zbyszko, che a quella notizia dimenticò le proprie faccende. «È vivo, ma se sopravviverà, Dio lo sa, perché l’anima non è disposta a tornare indietro a metà strada.» «Perché lo hanno portato via?» «Perché hanno mandato dal principe. Quante piume c’erano in casa, lo hanno coperto e portato via.» «E non ha detto nulla della figlia?» «Ha appena cominciato a respirare; non ha riacquistato la parola.» «E gli altri?» «E gli altri sono già con Dio. Non assisteranno alla messa di mezzanotte, se non forse a quella che il Signore Gesù stesso celebrerà in cielo.» «Nessuno è rinvenuto?» «Nessuno. Venite nella stanza, invece di parlare nell’ingresso. E se volete vederli, giacciono presso il fuoco nella stanza della servitù. Venite nella stanza.» Ma loro avevano fretta e non vollero entrare, sebbene il vecchio Zelech li tirasse, perché amava acchiappare gente per chiacchierare. Avevano ancora un bel tratto di strada da Niedzborz a Ciechanów, e Zbyszko bruciava come un fuoco dalla voglia di vedere Jurand al più presto e di sapere qualcosa da lui.

Cavalcarono quindi il più velocemente possibile lungo la strada coperta di neve. Quando arrivarono, era passata la mezzanotte e la messa di mezzanotte stava appena terminando nella cappella del castello. Zbyszko udì il muggito dei buoi e il belato delle capre, suoni che i fedeli imitavano secondo l’antica usanza, in memoria del fatto che il Signore era nato in una stalla. Dopo la messa, la principessa venne da Zbyszko con il volto preoccupato, pieno di timore, e cominciò a chiedere: «E Danusia?» «Non c’è. Ha parlato Jurand? Perché ho sentito che è vivo?» «Gesù misericordioso! È un castigo di Dio e guai a noi! Jurand non ha parlato e giace come un legno.» «Non abbiate paura, signora. Danusia è rimasta a Spychów.» «Come lo sai?» «Perché in nessuna slitta c’è traccia di indumenti. Non l’avrebbe certo portata solo con una pelliccia.» «È vero, come Dio è testimone!» E subito gli occhi le brillarono di gioia, e dopo un momento esclamò: «Ehi, Gesù bambino, che oggi sei nato, non è la tua ira, ma la tua benedizione su di noi!» Tuttavia l’arrivo di Jurand senza la fanciulla la fece riflettere, perciò chiese ancora: «Perché mai avrebbe dovuto lasciarla?» Zbyszko le espose le sue ipotesi. Le parvero giuste, ma non la riempirono di eccessiva paura. «Ora Jurand ci dovrà la vita», disse, «e a dire il vero, anche a te, perché sei andato anche tu a dissotterrarlo. Dovrebbe proprio avere un sasso in petto per ostinarsi ancora! C’è anche un ammonimento di Dio per lui, di non combattere contro il Santo Sacramento. Non appena riprenderà conoscenza, glielo dirò.» «Bisogna che prima riprenda conoscenza, perché non si sa ancora perché non abbia portato Danusia. E se fosse malata?» «Non dire sciocchezze! Sono già abbastanza turbata che lei non ci sia. Se fosse stata malata, non l’avrebbe lasciata!» «È vero!» disse Zbyszko.

E andarono da Jurand. Nella stanza faceva caldo come in un bagno ed era completamente illuminata, perché nel camino ardevano enormi ceppi di pino. Il sacerdote Wyszoniek vegliava sul malato, che giaceva su un letto sotto pelli d’orso, con il volto pallido, i capelli appiccicati dal sudore e gli occhi chiusi. Aveva la bocca aperta e respirava affannosamente, ma così forte che le pelli che lo coprivano si sollevavano e abbassavano al suo respiro. «Come sta?» «Gli ho versato in bocca un boccale di vino caldo», rispose il sacerdote Wyszoniek, «e il sudore è venuto.» «Dorme o no?» «Forse non dorme, perché si agita terribilmente con i fianchi.» «Avete provato a parlargli?» «Ho provato, ma non risponde nulla, e penso che non parlerà prima dell’alba.» «Aspetteremo l’alba», disse la principessa. Il sacerdote Wyszoniek insistette perché andasse a riposare, ma lei non volle ascoltarlo. Le stava sempre a cuore, in tutto, di eguagliare nelle virtù cristiane, e quindi nell’assistere i malati, la defunta regina Edvige, e di riscattare con i propri meriti l’anima di suo padre; così non perdeva alcuna occasione per mostrarsi più zelante degli altri in un paese cristiano da secoli e cancellare così la memoria di essere nata nel paganesimo.

E inoltre ardeva dal desiderio di sapere qualcosa dalla bocca di Jurand riguardo a Danusia, perché non era del tutto tranquilla su di lei. Sedutasi quindi accanto al suo letto, cominciò a recitare il rosario, e poi ad assopirsi. Zbyszko, che non era ancora del tutto guarito e inoltre era eccessivamente stanco per la cavalcata notturna, seguì presto il suo esempio, e dopo un’ora si addormentarono entrambi così profondamente che avrebbero dormito fino a giorno fatto, se non li avesse svegliati all’alba il suono di una campana nella cappella del castello.

Ma quel suono svegliò anche Jurand, che aprì gli occhi, si sedette improvvisamente sul letto e cominciò a guardarsi intorno, sbattendo le palpebre. «Sia lodato Gesù Cristo! Come vi sentite?» disse la principessa. Ma lui evidentemente non aveva ancora ripreso conoscenza, perché la guardava come se non la riconoscesse, e dopo un momento gridò: «Presto! presto! Scavate il cumulo!» «In nome di Dio: siete a Ciechanów!» disse ancora la signora. Jurand aggrottò la fronte, come un uomo che raccoglie a fatica i pensieri, e rispose: «A Ciechanów?... La bambina aspetta... e il principe e la principessa... Danusia! Danusia!...» E a un tratto, chiusi gli occhi, ricadde sul guanciale. Zbyszko e la principessa temettero che fosse morto, ma nello stesso istante il suo petto cominciò a muoversi con un respiro profondo, come di uomo colto da un sonno pesante. Il sacerdote Wyszoniek portò un dito alle labbra e fece cenno con la mano di non svegliarlo, poi sussurrò: «Forse dormirà così tutto il giorno.» «Sì, ma che cosa ha detto?» chiese la principessa. «Ha detto che la bambina aspetta a Ciechanów», rispose Zbyszko. «Perché non era in sé», spiegò il prete.

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