III.
Ma anche questa volta non sarebbe venuto a una rissa tra loro, perché Mikołaj di Długolas, saputo da Jędrek di Kropiwnica di cosa si trattava, prese parola da entrambi che non si sarebbero battuti senza il permesso del principe e dei commendatori. In caso di opposizione, minacciò di chiudere le porte. Zbyszko desiderava vedere Danusia il più presto possibile, quindi non osò opporsi. De Lorche, invece, che combatteva volentieri quando necessario ma non era un uomo sanguinario, giurò senza difficoltà sul suo onore cavalleresco che avrebbe atteso il permesso del principe, tanto più che agendo diversamente avrebbe temuto di mancargli di rispetto.
Inoltre, al Lorenese, che dopo aver ascoltato canti di tornei amava le brillanti assemblee e le sfarzose cerimonie, importava di combattere proprio di fronte alla corte, ai dignitari e alle dame: riteneva che in tal modo la sua vittoria avrebbe avuto maggiore risonanza e gli avrebbe più facilmente ottenuto gli speroni d'oro. Il paese e la gente lo incuriosivano, quindi il rinvio gli era gradito, specialmente perché Mikołaj di Długolas, che aveva trascorso anni interi prigioniero presso i Tedeschi e poteva facilmente conversare con gli stranieri, raccontava meraviglie delle cacce principesche a varie bestie, sconosciute ormai nei paesi occidentali.
A mezzanotte, dunque, partirono insieme a Zbyszko alla volta di Przasnysz, avendo con sé i loro seguiti armati e uomini con lanterne per proteggersi dai lupi. D'inverno i lupi si radunavano in branchi innumerevoli e potevano essere pericolosi anche per una dozzina di cavalieri, per quanto ben armati. Da questa parte di Ciechanów non mancavano ormai nemmeno le foreste, che poco oltre Przasnysz si trasformavano nell'immensa Foresta Kurpieska, collegata a est con le impenetrabili selve della Podlachia e della più lontana Lituania. In tempi recenti, attraverso quelle foreste era solita fluire verso la Mazovia – evitando però i temibili Kurpi – la selvaggia tribù lituana, che nell'anno 1337 era giunta fino a Ciechanów e aveva distrutto la città.
De Lorche ascoltò con grandissima curiosità il racconto della vecchia guida, Maćko di Turoboje, poiché ardeva in cuore dal desiderio di misurarsi con i Lituani, che – come altri cavalieri occidentali – considerava Saraceni. Egli era giunto in queste terre per una crociata, e viaggiando credeva che persino una guerra contro i Mazur, in quanto popolo per metà pagano, assicurasse la piena indulgenza. Quasi non credeva ai suoi occhi quando, entrato in Mazovia, vide chiese nelle città, croci sulle torri, ecclesiastici, cavalieri con sante insegne sulle armature e un popolo vigoroso sì, focoso, incline alla lite e alla rissa, ma cristiano e per niente più feroce dei Tedeschi tra i quali il giovane cavaliere aveva viaggiato.
Così, quando gli dissero che da secoli questo popolo professava Cristo, egli stesso non sapeva cosa pensare dei Cavalieri Teutonici. Quando seppe che anche la Lituania era stata battezzata dalla defunta regina di Cracovia, il suo stupore, e insieme la sua preoccupazione, non ebbero limiti.
Cominciò dunque a chiedere a Maćko di Turoboje se in quelle foreste, verso cui stavano andando, ci fossero almeno draghi, a cui la gente dovesse offrire vergini, e con i quali si potesse combattere. Ma la risposta di Maćko anche sotto questo aspetto gli causò una completa delusione.
«Nei boschi c'è ogni sorta di bestia degna» – rispose il Mazur – «come lupi, uri, bisonti e orsi, con cui c'è abbastanza da fare. Forse nelle paludi ci sono anche spiriti immondi, ma di draghi non ho sentito parlare. E anche se ci fossero, di certo non daremmo loro delle fanciulle, ma andremmo contro di loro in gruppo. Eh, se ci fossero, già da tempo i Kurpi porterebbero cinture di pelle di drago!»
«Che popolo è questo?» – chiese de Lorche – «Non si potrebbe combattere con loro?»
«Combattere con loro si può, ma non è salutare» – rispose Maćko – «E infine, a un cavaliere non si addice nemmeno, perché è un popolo di contadini.»
«Anche gli Svizzeri sono contadini. Ma questi professano Cristo?»
«Non ce ne sono altri in Mazovia, e questi sono gente nostra e del principe. Avete pur visto gli arcieri al castello. Sono proprio i Kurpi, poiché non ci sono arcieri migliori di loro al mondo.»
«Gli Inglesi e gli Scozzesi, che ho visto alla corte di Borgogna...»
«Li ho visti anche a Malbork» – interruppe il Mazur – «Ragazzi robusti, ma che Dio non li metta mai contro i Kurpi! Presso i Kurpi, un bambino di sette anni non riceve cibo finché non abbia gettato giù il nutrimento con una freccia dalla cima di un pino.»
«Di che parlate?» – chiese all'improvviso Zbyszko, alle cui orecchie era rimbalzata più volte la parola "Kurpi".
«Degli arcieri kurpi e inglesi. Questo cavaliere dice che gli inglesi, e poi gli scozzesi, superano tutti.»
«Li ho visti anch'io sotto Vilnius» – disse Zbyszko – «Oh! Ho sentito le loro punte di freccia vicino alle orecchie. C'erano anche cavalieri di tutti i paesi, che annunciavano che ci avrebbero mangiato senza sale. Ma dopo aver provato una o due volte, persero la voglia di mangiare.»
Maćko rise e ripeté le parole di Zbyszko al signor de Lorche.
«Se ne è parlato in varie corti» – rispose il Lorenese – «Là si lodava l'ostinazione dei vostri cavalieri, ma si biasimava loro che difendevano i pagani contro la croce.»
«Difendevamo un popolo che voleva battezzarsi» – replicò Zbyszko – «contro aggressioni e ingiustizie. Sono i Tedeschi che vogliono tenerli nel paganesimo per avere un pretesto di guerra.»
«Dio lo giudicherà» – disse de Lorche. «Forse anche presto» – rispose Maćko di Turoboje.
Ma il Lorenese, avendo sentito che Zbyszko era stato sotto Vilnius, si mise a chiedere informazioni a Maćko: la notizia delle battaglie e dei duelli cavallereschi combattuti là si era già diffusa ampiamente per il mondo. In particolare quel duello, al quale si erano sfidati quattro cavalieri polacchi e quattro francesi, aveva eccitato l'immaginazione dei guerrieri occidentali. Così de Lorche cominciò a guardare con maggior rispetto Zbyszko, come un uomo che aveva preso parte a battaglie così famose. Gioiva in cuore che non gli sarebbe toccato di combattere con uno qualunque.
Proseguirono dunque in apparente concordia, scambiandosi cortesie durante le soste e offrendosi reciprocamente vino, di cui de Lorche aveva scorte considerevoli nei carri. Ma quando dalla conversazione tra lui e Maćko di Turoboje risultò che Ulrica de Elner non era affatto una fanciulla, bensì una donna sposata di quarant'anni, madre di sei figli, ancor più si turbò l'orgoglio in Zbyszko, che quel singolare straniero osava paragonare una "donna" non solo a Danuśka, ma anche pretendere per lei la precedenza. Pensò tuttavia che poteva essere un uomo fuori di senno, a cui una cella oscura e le frustate sarebbero più utili di un viaggio per il mondo. Questo pensiero trattenne in lui lo scoppio di un'immediata rabbia.
«Non pensate» – disse a Maćko – «che uno spirito maligno gli abbia sconvolto la mente? Forse gli siede un diavolo in testa, come un verme in una noce, e pronto di notte a saltare addosso a qualcuno di noi. Dobbiamo stare in guardia...»
Sentito ciò, Maćko di Turoboje in verità negò, ma cominciò tuttavia a guardare con una certa inquietudine il Lorenese. Alla fine disse: «A volte capita che in un posseduto ce ne siano cento o più. Se stanno stretti, cercano volentieri dimora in altre persone. Il peggiore è poi quel diavolo che una donna manda.»
Poi si rivolse improvvisamente al cavaliere: «Sia lodato Gesù Cristo!» «E io lo lodo» – rispose con un certo stupore de Lorche.
Maćko si calmò del tutto. «Beh, vedete» – disse – «se in lui abitasse il male, subito si sarebbe infuriato, o lo avrebbe gettato a terra, perché l'ho colto di sorpresa. Possiamo andare.»
E così proseguirono tranquilli. Da Ciechanów a Przasnysz non c'era poi molta distanza; d'estate un messaggero a cavallo poteva percorrere il tratto che separava le due città in due ore. Ma loro viaggiavano molto più lentamente a causa della notte, delle soste e dei cumuli di neve nei boschi. Poiché erano partiti ben dopo mezzanotte, giunsero alla residenza di caccia principesca, che si trovava oltre Przasnysz, al confine delle foreste, solo all'alba.
La residenza sorgeva quasi addossata alla foresta: grande, bassa, di legno, ma con vetri alle finestre fatti di piccole lastre di vetro. Davanti si vedevano pozzi con gru e due stalle per cavalli. Intorno alla residenza brulicavano capanne improvvisate di rami di pino e tende di pelli. Solo all'alba i fuochi brillavano vivaci davanti alle tende, e intorno a essi stavano i battitori in pellicce con la lana all'esterno, in giacche di volpe, lupo e orso. Al signor de Lorche parve di vedere bestie selvagge su due zampe davanti al fuoco, poiché la maggior parte di quegli uomini era vestita con berretti fatti con teste di animali.
Alcuni stavano appoggiati a giavellotti, altri a balestre. Alcuni erano intenti ad arrotolare enormi reti di corde. Altri giravano sopra le braci enormi quarti di bisonte e alce, evidentemente destinati al pasto mattutino. Il bagliore della fiamma cadeva sulla neve, illuminando al contempo quelle selvagge figure, in parte velate dal fumo dei fuochi, dalla foschia dei respiri e dal vapore che si alzava dalle carni arrostite. Dietro di loro si vedevano i tronchi rosati di pini enormi e nuove folle di persone. La loro moltitudine stupiva il Lorenese, non abituato a vedere simili raduni di caccia.
«I vostri principi» – disse – «vanno a caccia come a spedizioni di guerra.» «Come se lo sapeste» – rispose Maćko di Turoboje – «che non mancano loro né attrezzatura da caccia né uomini. Questi sono i battitori del principe, ma ci sono anche altri che vengono qui per commercio dai recessi della foresta.»
«Che faremo?» – interruppe Zbyszko – «Nella residenza dormono ancora.» «Eh, aspetteremo che si sveglino» – rispose Maćko – «Tanto non batteremo alla porta e sveglieremo il principe, nostro signore.»
Detto ciò, li condusse al fuoco, dove i Kurpi avevano gettato per loro pelli di bisonte e di orso, e poi cominciarono a offrire loro con premura carne fumante. Sentendo un parlare straniero, cominciarono a radunarsi per guardare il Cavaliere Teutonico. Ben presto si sparse per mezzo degli uomini di Zbyszko che quello era un cavaliere "da oltre mare". Allora divenne così affollato intorno che il signore di Turoboje dovette usare la sua autorità per proteggere lo straniero dall'eccessiva curiosità.
De Lorche notò anche tra la folla delle donne, vestite per lo più anch'esse di pelli, ma rubiconde come mele e straordinariamente belle. Così cominciò a chiedere se anche loro prendessero parte alla caccia. Maćko gli spiegò che non partecipavano alla caccia, ma che venivano insieme ai battitori per curiosità femminile, oppure come a una fiera, per comprare merci cittadine e vendere le ricchezze della foresta.
E così era in realtà. Quella residenza principesca era come un fuoco intorno al quale, anche durante l'assenza del principe, si radunavano due elementi: quello cittadino e quello forestale. I Kurpi non amavano uscire dalla foresta, perché si sentivano a disagio senza il fruscio degli alberi sopra la testa.
Perciò gli abitanti di Przasnysz portavano su quel margine forestale le loro famose birre, farina macinata nei mulini a vento cittadini o nei mulini ad acqua sulla Węgierka, sale raro nella foresta e ricercato avidamente, ferramenta, cinghie e simili frutti dell'ingegno umano. In cambio prendevano pelli, pregiate pellicce, funghi secchi, noci, erbe utili per le malattie, o pepite d'ambra, che non erano troppo difficili da trovare tra i Kurpi. Per questo motivo, attorno alla residenza principesca ribolliva come un mercato continuo, che si intensificava ancora durante le cacce principesche, quando sia il dovere che la curiosità attiravano gli abitanti dalle profondità della foresta.
De Lorche ascoltava i racconti di Maćko, osservando con interesse le figure dei battitori. Costoro, vivendo nell'aria sana e resinosa e nutrendosi – come del resto la maggior parte dei contadini di allora – prevalentemente di carne, stupivano spesso i viaggiatori stranieri per la loro statura e forza.
Zbyszko, invece, seduto accanto al fuoco, guardava continuamente verso le porte e le finestre della residenza, riuscendo a stento a stare fermo. Era illuminata solo una finestra, evidentemente della cucina, poiché il fumo usciva attraverso le fessure tra i vetri non abbastanza ben accostati.
Le altre erano scure, rilucenti solo dei bagliori del giorno, che diventava più bianco a ogni momento e argentava sempre più la foresta innevata dietro la residenza. Nella piccola porta, aperta nel muro laterale della casa, appariva talvolta la servitù in livrea principesca, e con secchi o tinozze su stanghe correva a prendere l'acqua ai pozzi. Queste persone, interrogate se dormissero ancora tutti, rispondevano che la corte, stanca per la caccia del giorno prima, riposava ancora, ma che già si preparava il cibo per il pasto mattutino prima della partenza.
E in effetti, dalla finestra della cucina cominciò a diffondersi l'odore di grassi e zafferano, che si sparse lontano tra i fuochi. Infine scricchiolarono e si aprirono le porte principali, rivelando l'interno di un vestibolo abbondantemente illuminato. Sul portico uscì un uomo, in cui Zbyszko, a prima vista, riconobbe uno dei menestrelli che un tempo aveva visto tra i servi della duchessa a Cracovia. A quella vista, senza aspettare Maćko di Turoboje né de Lorche, Zbyszko balzò con tale impeto verso la residenza che il Lorenese, stupito, chiese:
«Che è successo a questo giovane cavaliere?» «Non è successo niente» – rispose Maćko di Turoboje – «Soltanto ama una delle damigelle della duchessa e vorrebbe rivederla il più presto possibile.» «Ah!» – rispose de Lorche, portando entrambe le mani al cuore.
E alzati gli occhi al cielo, cominciò a sospirare ripetutamente in modo così lamentoso che Maćko scrollò le spalle e disse tra sé: «Che sospirasse così per la sua vecchia? Magari era davvero fuori di senno?»