Tellura
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XI

Capitolo 29 · 2460 parole · ~13 min di lettura

Jagienka, tornata a casa, mandò subito un garzone a Krześnia per sapere se nell’osteria fosse scoppiata qualche rissa o se qualcuno avesse sfidato qualcun altro. Questi però, avendo ricevuto un soldo per la strada, cominciò a bere con i servi del prete e non pensava al ritorno. Un altro, mandato a Bogdaniec per annunciare a Maćko l’arrivo dell’abate, tornò, compiuta la missione, e riferì di aver visto Zbyszko che giocava a dadi con il vecchio signore.

Questo calmò in parte Jagienka, poiché, conoscendo l’esperienza e la destrezza di Zbyszko, non temeva tanto per lui una sfida, quanto piuttosto qualche grave avventura immediata nella locanda. Aveva anche voglia di andare a Bogdaniec insieme all’abate, ma questi si oppose, poiché desiderava sistemare la questione del pegno con Maćko, e un’altra ancora più importante, in cui non voleva avere Jagienka come testimone.

Del resto, si preparava a partire di notte. Appreso del felice ritorno di Zbyszko, cadde di ottimo umore e ordinò ai suoi chierici vaganti di cantare in modo tale che il bosco tremava, e nello stesso Bogdaniec i contadini uscivano dalle capanne guardando se non bruciasse o se non fosse giunto il nemico. Ma il pellegrino che cavalcava avanti con il bordone ricurvo li rassicurava che stava arrivando una persona ecclesiastica di alto rango — così essi si inchinavano e alcuni addirittura si facevano il segno della croce sul petto.

Maćko e Zbyszko, udito il chiasso e i canti, uscirono fino al cancelletto per andargli incontro. Alcuni dei chierici erano già stati con l’abate a Bogdaniec, ma c’erano anche quelli che, essendosi uniti da poco alla compagnia, non lo avevano mai visto finora. A questi cadde il cuore alla vista della misera casa, che non poteva reggere il confronto con la spaziosa dimora di Zgorzelice. Li rincorò però la vista del fumo che usciva dal tetto di paglia, e in particolare ripresero completamente coraggio quando, entrati nella stanza, sentirono l’odore di zafferano e di varie carni, e insieme notarono due tavoli pieni di scodelle di stagno, ancora vuote per la verità, ma così enormi che ogni occhio doveva rallegrarsi al vederle. Su un tavolo più piccolo brillava una scodella preparata per l’abate, tutta d’argento, e una simile lagena mirabilmente scolpita, entrambe conquistate insieme ad altri tesori sui Frisoni.

Maćko e Zbyszko cominciarono subito a invitarlo a tavola, ma l’abate, che aveva ben mangiato prima di partire da Zgorzelice, rifiutò, tanto più che aveva altro per la mente. Dal primo momento del suo arrivo, guardava attentamente e insieme ansiosamente Zbyszko, come se volesse scorgere su di lui i segni di una rissa, ma vedendo il volto tranquillo del giovane, si innervosiva visibilmente, finché non poté più trattenere la sua curiosità.

«Andiamo nel retrobottega», disse, «a discutere del pegno. Non opponetevi, perché mi arrabbierò!»

Poi si rivolse ai chierici e tuonò: «E voi, statevene zitti e non origliate dietro la porta!»

Detto questo, aprì la porta del retrobottega, attraverso la quale a malapena poteva passare, ed entrò, e dietro di lui entrarono Zbyszko e Maćko.

Lì, quando si furono seduti sulle casse, l’abate si rivolse al giovane cavaliere.

«Sei stato di ritorno a Krześnia?» chiese.

«Sì.»

«E allora?»

«Ho detto una messa per la salute dello zio, e basta.»

L’abate si mosse impazientemente sulla cassa.

«Ah!» pensò, «non si è incontrato né con Cztan né con Wilk; forse non c’erano, o forse non li ha cercati. Mi sono sbagliato!»

Ma era arrabbiato per essersi sbagliato e perché il suo calcolo lo aveva ingannato, così subito il suo volto arrossì e cominciò a sbuffare.

«Parliamo del pegno!» disse dopo un momento.

«Avete denaro? … perché se no, la tenuta è mia!»

A questo, Maćko, che sapeva come trattare con lui, si alzò in silenzio, aprì la cassa su cui era seduto, ne trasse un sacchetto di marche già evidentemente preparato, e disse: «Siamo gente povera, ma i soldi li abbiamo, e paghiamo quanto dovuto, come sta scritto nel “documento” e come io stesso ho attestato con il segno della santa croce. Se poi voleste ancora un sovrapprezzo per gli arredi e per il bestiame, non litigheremo, pagheremo quanto ordinerete e vi abbracceremo i piedi, nostro benefattore.»

Detto questo, si inchinò fino alle sue ginocchia, e Zbyszko fece lo stesso dopo di lui.

L’abate, che si aspettava discussioni e contrattazioni, rimase molto sorpreso da tale comportamento, e nemmeno del tutto contento, poiché durante la trattativa voleva porre varie sue condizioni, ma l’occasione era passata.

Così, restituendo il “documento”, cioè la ricevuta del pegno, sulla quale Maćko aveva firmato con il segno della croce, disse: «Perché mi parlate di sovrapprezzo?»

«Perché non vogliamo prendere regali» rispose astutamente Maćko, sapendo che più avesse discusso in questo caso, più avrebbe guadagnato.

E infatti l’abate si accese in un batter d’occhio: «Guardateli! Non vogliono prendere regali dai parenti! Il pane punge la gente! Non ho preso un podere vuoto e non restituisco un podere vuoto, e se mi piacerà scagliare anche questo sacchetto, lo scaglierò!»

«Non lo farete!» gridò Maćko.

«Non lo farò! Ecco a me il vostro pegno! ecco a me le vostre marche! Le ho date per mia grazia, e anche se avessi voluto lasciarle sulla strada, a voi non importa. Ecco come non lo farò!»

Detto questo, afferrò il sacchetto per il nodo e lo sbatté per terra, tanto che dalla tela strappata si sparsero i soldi.

«Dio vi renda merito! Dio vi renda merito, padre e benefattore!» cominciò a gridare Maćko, che aveva solo aspettato quel momento. «Da un altro non avrei preso, ma da un parente e da un religioso – prendo!»

L’abate invece guardò minacciosamente ora lui, ora Zbyszko, e infine disse: «So bene io, anche se arrabbiato, quello che faccio; perciò tenetevi ciò che avete ricevuto, perché vi annuncio che non vedrete più un solo soldo.»

«Non ci aspettavamo neppure questo.»

«Ma sappiate che ciò che rimarrà dopo di me, lo prenderà Jagienka.»

«E la terra?» chiese ingenuamente Maćko.

«E la terra!» tuonò l’abate.

A questo, la faccia di Maćko si allungò, ma si controllò e disse: «Ehi, che pensare alla morte! Che Gesù Cristo vi dia cento anni, o anche di più, e prima un degno vescovato.»

«E anche fosse! … sono forse peggiore degli altri?» rispose l’abate.

«Non peggiore, ma migliore.»

Queste parole agirono in modo calmante sull’abate, poiché in generale la sua rabbia era di breve durata.

«Bene,» disse, «voi siete miei parenti, e lei è solo una figlioccia, ma amo sia lei che Zych da molti anni. Non c’è uomo migliore di Zych al mondo, e non c’è ragazza migliore di Jagienka! Che potrà mai dire qualcuno su di loro?» E cominciò a guardarsi intorno con sguardo di sfida, ma Maćko non solo non negò, ma confermò prontamente che un vicino più degno invano si sarebbe cercato in tutto il regno.

«E quanto alla ragazza,» disse, «non amerei di più una figlia naturale di quanto l’ami. Per causa sua sono guarito, e non glielo dimenticherò fino alla morte.»

«Io non voglio il vostro male, perché siete miei parenti, e per questo ho escogitato un modo perché ciò che rimane dopo di me sia sia di Jagienka che vostro – capite!»

«Volesse Dio che ciò accadesse!» rispose Maćko. «Gesù mio! andrei a piedi dalla tomba della regina a Cracovia fino al Monte Calvo per inchinarmi al legno della Santa Croce.»

L’abate si rallegrò della sincerità con cui parlava Maćko, sorrise e disse: «La ragazza ha diritto di scegliere, perché è bella, ha una dote degna e una stirpe onorevole! Che sono per lei Cztan o Wilk, quando anche un figlio di voivoda non sarebbe troppo. Ma se io, senza offesa, combinassi un matrimonio con qualcuno – allora sposerebbe lui, perché mi ama e sa che non le darò un cattivo consiglio.»

«Starà bene colui che combinerete,» disse Maćko.

Ma l’abate si rivolse a Zbyszko: «E tu cosa ne dici?»

«Beh, la penso come lo zio.»

L’onorevole volto dell’abate si illuminò ancora di più; diede una pacca a Zbyszko sulla scapola tanto che risuonò nel retrobottega e chiese: «Perché non hai lasciato avvicinare a Jagienka né Cztan né Wilk in chiesa? eh?»

«Perché non pensassero che li temo, e perché non lo pensaste neppure voi.»

«Ma le hai anche dato l’acqua santa.»

«Sì, gliel’ho data.»

L’abate lo colpì una seconda volta.

«E allora… allora prendila!»

«Prendila!» fece eco Maćko.

A questo Zbyszko raccolse i capelli sotto la retina e rispose con calma: «Come posso prenderla, se ho giurato davanti all’altare a Tyniec a Danuśka Jurandówna?»

«Hai giurato i ciuffi di pavone, allora cercali, e prendi subito Jagienka.»

«No,» rispose Zbyszko, «poi, quando mi ha gettato il velo, ho giurato che l’avrei presa in moglie.»

Il volto dell’abate cominciò ad arrossire; le orecchie gli divennero blu, e gli occhi cominciarono a uscire dalle orbite: si avvicinò a Zbyszko e disse con voce un poco soffocata: «I tuoi giuramenti sono pula, e io sono il vento – capisci? Ecco!»

E gli soffiò in testa così forte che il copricapo cadde e i capelli si sparsero disordinatamente sulle spalle e sulla schiena.

Allora Zbyszko aggrottò le sopracciglia e, guardando l’abate dritto negli occhi, disse: «Nel mio giuramento c’è il mio onore, e sul mio onore sono io il guardiano!»

Udendo ciò, l’abate, non abituato all’opposizione, perse il respiro a tal punto che la parola gli fu tolta per un po’.

Seguì un silenzio minaccioso, che fu infine rotto da Maćko: «Zbyszko!» gridò, «raccogliiti! cosa ti prende?»

Intanto l’abate alzò il braccio e, indicando il giovane, cominciò a gridare: «Cosa gli prende? Io so cosa gli prende: non ha anima di cavaliere né di nobile, ma di lepre! Ecco cosa gli prende: che ha paura di Cztan e di Wilk!»

E Zbyszko, che non perse un attimo il sangue freddo, scrollò noncurante le spalle e rispose: «Oh via! ho spaccato loro la testa a Krześnia.»

«Temi Dio!» gridò Maćko.

L’abate guardò per un po’ Zbyszko con occhi sgranati. La rabbia combatteva in lui con l’ammirazione, e al contempo il suo naturale acuto intelletto cominciò a ricordargli che da quella sconfitta di Wilk e Cztan poteva trarre vantaggio per i suoi piani.

Così, ripresosi un poco, gridò a Zbyszko: «Perché non hai parlato?»

«Perché mi vergognavo. Pensavo che mi avrebbero sfidato, come si conviene ai cavalieri, a un combattimento a cavallo o a piedi, ma sono dei briganti, non cavalieri. Prima Wilk strappò una tavola dal tavolo, Cztan ne strappò un’altra, e a me! E allora cosa dovevo fare? Afferrai anche una panca, e… sapete!…»

«Vivi almeno?» chiese Maćko.

«Vivi, ma sono rimasti intontiti. Tuttavia, mentre ero lì, hanno cominciato a respirare.»

L’abate ascoltò, si strofinò la fronte, poi si alzò improvvisamente dalla cassa su cui si era seduto per riflettere meglio, e gridò: «Aspetta!… Ora ti dico una cosa!»

«E cosa direte?» chiese Zbyszko.

«Ti dico che se ti sei battuto per Jagienka e hai spaccato teste per causa sua, allora sei veramente il suo cavaliere, non di altri, e devi prenderla.»

Detto questo, si mise le mani sui fianchi e cominciò a guardare trionfante Zbyszko, ma questi sorrise solo e disse: «Ehi, sapevo bene perché volevate aizzarmi contro di loro, ma il vostro piano è completamente fallito.»

«Perché fallito? … parla!»

«Perché ho ordinato loro di testimoniare che la più bella e la più virtuosa ragazza al mondo è Danuśka Jurandówna, e loro hanno invece preso le difese di Jagienka, e da lì è nata la lite.»

Udendo ciò, l’abate rimase per un momento sul posto, come pietrificato, e solo dallo sbattere delle palpebre si capiva che era ancora vivo. Improvvisamente si voltò sul posto, sfondò con un calcio la porta del retrobottega, irruppe nella stanza, afferrò il bordone ricurvo dalle mani del pellegrino e cominciò a scacciare i suoi “giullari” gridando: «A cavallo, buffoni! a cavallo! Il mio piede non metterà più piede in questa casa! A cavallo, chi crede in Dio! a cavallo!»

E dopo aver di nuovo spalancato la porta, uscì nel cortile, e i terrorizzati chierici vaganti lo seguirono. Così, precipitandosi in massa nella stalla, cominciarono in un attimo a sellare i cavalli. Invano Maćko corse dietro all’abate, invano pregò, supplicò, dicendo che non era colpevole – non servì a nulla! L’abate, quando gli fu portato il cavallo, saltò in sella senza staffe e partì al galoppo da fermo, con le maniche svolazzanti al vento, simile a un gigantesco uccello rosso. I chierici volavano dietro di lui impauriti, a guisa di un gregge che segue il capo.

Maćko guardò per un po’ dietro di loro, finché scomparvero nel bosco, poi tornò lentamente nella stanza e disse a Zbyszko, scuotendo tristemente la testa: «Che cosa hai combinato!»

«Non sarebbe successo se fossi partito prima, e se non l’ho fatto, è stato per colpa vostra.»

«Come, per colpa mia?»

«Beh, perché non volevo lasciarvi malato.»

«E ora come sarà?»

«E ora partirò.»

«Dove?»

«In Mazuria, da Danuśka… e cercare i ciuffi di pavone, tra i Tedeschi.»

Maćko rimase in silenzio un attimo, poi disse: «Il documento l’ha restituito, ma il pegno è registrato nel libro giudiziario. L’abate non ci regalerà ora neppure un soldo.»

«Allora non regali. Voi avete i soldi, e io per il viaggio non ho bisogno. Dopotutto, ovunque mi accoglieranno e daranno da mangiare ai cavalli; e purché abbia una corazza sul dorso e una spada in pugno, di nient’altro mi importa.»

Maćko rifletté e cominciò a considerare tutto ciò che era accaduto. Niente era andato secondo i suoi pensieri né secondo il suo cuore. Anche lui stesso desiderava con tutta l’anima Jagienka per Zbyszko; comprese tuttavia che non poteva esserci pane da quella farina e che, di fronte all’ira dell’abate, di fronte a Zych e a Jagienka, e infine di fronte alla rissa con Cztan e Wilk, era meglio che Zbyszko se ne andasse piuttosto che fosse causa di ulteriori discordie e litigi.

«Ah!» disse infine, «teste di Cavalieri Teutonici devi cercare comunque, quindi poiché non c’è altro rimedio, parti. Che sia fatta secondo la volontà di Gesù Cristo… Ma io devo andare subito a Zgorzelice; forse riuscirò a riconciliarmi con Zych e con l’abate… Zych mi dispiace particolarmente.»

Poi guardò Zbyszko negli occhi e chiese all’improvviso: «E a te, non dispiace per Jagienka?»

«Che Dio le dia salute e ogni bene!» rispose Zbyszko. FINE DELLA SECONDA PARTE.

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