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V (2/6)

Capitolo 119 · 2466 parole · ~13 min di lettura

— Davvero? — chiese Zbyszko divertito.

Per un po' cavalcarono in silenzio, poi de Lorche alzò gli occhi al cielo e disse: — Vi ho invitati a cena, ma prima che arriviamo, sarà probabilmente colazione.

— La luna splende ancora — rispose Zbyszko. — Andiamo.

Raggiunti Maćko e Powała, proseguirono insieme in quattro per l'ampia strada dell'accampamento, che veniva sempre tracciata per ordine dei comandanti tra le tende e i fuochi, per lasciare libero il passaggio. Per raggiungere i reggimenti masoviani accampati all'altra estremità, dovettero percorrerla tutta.

— Da quando la Polonia è Polonia — esordì Maćko — non ha mai visto tali eserciti, perché sono convenuti popoli da ogni terra. — Nessun altro re ne metterebbe in campo di simili — rispose de Lorche — perché nessuno governa un regno così potente.

Il vecchio cavaliere si rivolse a Powała di Taczew. — Quanti reggimenti, dite, signore, sono venuti con il principe Witold? — Quaranta — rispose Powała. — Le nostre, polacche con i Mazuri, sono cinquanta, ma non così numerose come quelle di Witold, perché presso di lui a volte anche diverse migliaia di uomini servono sotto una stessa insegna. Ah! Abbiamo sentito che il maestro ha detto che sono plebaglia più adatta al cucchiaio che alla spada, ma che abbia detto ciò in malora, perché credo che quelle lance lituane si arrosseranno terribilmente del sangue dei Cavalieri Teutonici. — E quelli accanto ai quali stiamo passando, chi sono? — chiese de Lorche. — Sono Tartari; li ha condotti Saladyn, vassallo di Witold. — Sono bravi in battaglia? — La Lituania sa combattere con loro, e ne ha sottomessa una buona parte, per cui hanno dovuto accorrere a questa guerra. Ma ai cavalieri occidentali è difficile aver a che fare con loro, perché sono più terribili in fuga che nello scontro. — Osserviamoli più da vicino — disse de Lorche.

E si diressero verso i fuochi attorno ai quali c'erano uomini con le braccia completamente nude, vestiti nonostante la stagione estiva di pellicce di pecora con la lana all'infuori. La maggior parte dormiva direttamente per terra, o sulla paglia umida che fumigava per il calore, ma molti stavano accovacciati accanto ai fuochi ardenti. Alcuni si ingannavano le ore notturne canticchiando a naso selvaggi canti e battendo in cadenza un osso di cavallo contro l'altro, producendo un rumore strano e sgradevole. Altri avevano piccoli tamburi o pizzicavano le corde tese degli archi. Altri divoravano pezzi di carne fumanti e ancora sanguinolenti appena tolti dal fuoco, sui quali soffiavano con le labbra gonfie e livide. In generale sembravano così selvaggi e minacciosi che era più facile prenderli per terribili mostri della foresta che per esseri umani. I fumi dei fuochi erano irritanti per il grasso di cavallo e di montone che vi colava, e inoltre si diffondeva intorno un insopportabile odore di pelo bruciato, di pellicce riscaldate e il nauseante tanfo di pelli e sangue appena scuoiati. Dall'altro lato buio della strada, dove stavano i cavalli, arrivava il loro sudore. Quei ronzini, alcune centinaia dei quali erano tenuti per le scorribande nelle vicinanze, dopo aver brucato l'erba, si mordevano tra loro, nitrendo stridulamente e sbuffando. I palafrenieri sedavano le zuffe con la voce e con fruste di cuoio grezzo. Era pericoloso avventurarsi da soli tra di loro, poiché era una gente selvaggia e straordinariamente rapace.

Subito dopo di loro stavano le bande non meno selvagge dei Bessarabi, con corna sulla testa, i Valacchi dai lunghi capelli, che portavano al posto delle armature tavole di legno dipinte sul petto e sulla schiena, con goffe raffigurazioni di spettri, scheletri o animali. Più avanti i Serbi, il cui accampamento ora addormentato risuonava di giorno durante le soste come un unico grande liuto, tanti erano i flauti, le balalaike, le cornamuse e vari strumenti musicali. I fuochi risplendevano, e dal cielo, tra le nuvole che un forte vento disperdeva, splendeva chiara la grande luna, e a quei bagliori i nostri cavalieri osservavano gli accampamenti.

Dietro i Serbi stava la sfortunata Samogizia, che al richiamo di Witold si sollevava per nuove battaglie. E ora, come presagendo che la sua sventura sarebbe presto finita una volta per tutte, era accorsa qui, pervasa dallo spirito di quello stesso Skirwoillo, il cui solo nome riempiva i Tedeschi di rabbia e terrore. I fuochi samogizi confinavano direttamente con quelli lituani, poiché era lo stesso popolo, lo stesso costume e la stessa lingua.

Ma all'ingresso degli accampamenti lituani una tetra immagine colpì gli occhi dei cavalieri. Ecco, su una forca fatta di tronchi, pendevano due cadaveri umani, che il vento cullava, dondolava, faceva roteare e sobbalzare con tale forza che le travi della forca scricchiolavano lamentosamente. I cavalli sbuffarono alla vista dei cadaveri e si accosciarono un po' sui posteriori, così i cavalieri iniziarono a farsi il segno della croce devotamente, e quando furono passati, Powała disse:

— Il principe Witold era insieme al re, e io ero presso il re quando furono condotti questi colpevoli. Già in precedenza i nostri vescovi e signori si erano lamentati che la Lituania combatteva con troppa crudeltà e non risparmiava nemmeno le chiese. Così, quando furono condotti (ed erano uomini ragguardevoli, ma a quanto pare avevano oltraggiato il Santissimo Sacramento), il principe si gonfiò d'ira a tal punto che faceva paura guardarlo – e ordinò che si impiccassero da soli. Quei disgraziati dovettero essi stessi fissare la forca e si impiccarono da sé, e anzi l'uno incitava l'altro: «Su, più in fretta, che il principe si arrabbierà ancora di più.» E il terrore colse tutti i Tartari e i Lituani, perché loro non temono la morte, ma l'ira del principe.

— Eh, ricordo — disse Zbyszko — che una volta a Cracovia il re si arrabbiò con me per Lichtenstein, e il giovane principe Jamont, che era cameriere reale, subito mi consigliò di impiccarmi. E dava il consiglio di buon cuore, anche se per quel consiglio l'avrei sfidato a duello, se non fosse che comunque, come sapete, mi dovevano tagliare la testa.

— Il principe Jamont ha già imparato i costumi cavallereschi — disse Powała.

Così discorrendo, oltrepassarono l'accampamento lituano e tre splendidi reparti russi, il più numeroso dei quali era quello di Smolensk, ed entrarono nell'accampamento polacco. Lì stavano cinquanta reggimenti – il nucleo e allo stesso tempo la testa di tutte le truppe. Le armature qui erano migliori, i cavalli più grandi, i cavalieri più addestrati, in nulla inferiori a quelli occidentali. Per forza fisica, resistenza alla fame, al freddo e alle fatiche, questi signori della Grande e della Piccola Polonia superavano persino i guerrieri occidentali, più attenti al benessere. I loro costumi erano più semplici, le corazze più grossolanamente forgiate, ma più temperate, e il loro disprezzo della morte e la loro ostinazione in battaglia erano stati spesso ammirati in passato da cavalieri francesi e inglesi giunti da lontano.

De Lorche, che conosceva da tempo i cavalieri polacchi, disse altrettanto: — Qui è tutta la forza e tutta la speranza. Ricordo come a Malbork spesso si lamentavano che in battaglia con voi ogni palmo di terra bisogna pagarlo con un fiume di sangue. — Un fiume di sangue scorrerà anche ora — rispose Maćko — perché l'Ordine non ha mai radunato una tale potenza fino ad oggi.

Al che Powała: — Diceva il cavaliere Korzbóg, che andò dal re al maestro con lettere, che i Cavalieri Teutonici dicono che né l'imperatore romano né alcun re ha tale potenza, e che l'Ordine potrebbe conquistare tutti i regni. — Eh, ma noi siamo di più! — disse Zbyszko. — Sì, ma loro tengono in poco conto l'esercito di Witold, perché è gente armata alla meglio e che si frantumerà al primo urto come un vaso di creta sotto il martello. E se sia vero o no, non lo so. — E vero e non vero! — esordì il saggio Maćko. — Io e Zbyszko li conosciamo, perché abbiamo combattuto insieme con loro. È vero che le loro armature sono peggiori e i cavalli sono rozze ronzini, perciò spesso cedono sotto la pressione della cavalleria, ma hanno cuori tanto coraggiosi, o anche più, dei Tedeschi. — Non passerà molto che si vedrà — disse Powała. — Al re vengono continuamente le lacrime agli occhi al pensiero che tanto sangue cristiano verrà versato, e fino all'ultimo momento vorrebbe concludere una giusta pace, ma la superbia dei Cavalieri Teutonici non lo permetterà. — Perdinci! Io conosco i Cavalieri Teutonici, e tutti li conosciamo — confermò Maćko. — Dio ha già preparato lì le bilance, sulle quali metterà il nostro sangue e quello dei nemici della nostra stirpe.

Erano già vicini ai reggimenti masoviani, tra i quali si trovavano le tende del signor de Lorche, quando all'improvviso al centro della 'strada' scorsero un gruppo piuttosto numeroso di persone, ammassate e che guardavano il cielo. — Fermi là, fermi! — gridò una voce in mezzo al gruppo. — E chi parla e cosa fate qui? — chiese Powała. — Il pievano di Kłobuck. E voi chi siete? — Powała di Taczew, i cavalieri di Bogdaniec e de Lorche. — Ah, siete voi, signore — disse con voce misteriosa il pievano, avvicinandosi al cavallo di Powała. — Guardate un po' la luna e osservate cosa sta succedendo su di essa. È una notte profetica e miracolosa!

Allora i cavalieri alzarono la testa e cominciarono a guardare la luna, che già era impallidita e vicina al tramonto. — Non riesco a distinguere nulla! — disse Powała. — E voi cosa vedete? — Un monaco con cappuccio lotta con un re coronato! Guardate! Là! Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo! a noi peccatori!

Intorno calò il silenzio, perché tutti trattennero il respiro. — Guardate, guardate! — gridava il prete. — È vero! C'è qualcosa del genere! — disse Maćko. — Vero, vero! — confermarono gli altri. — Ah! Il re ha atterrato il monaco! — esclamò improvvisamente il pievano di Kłobuck — gli ha messo un piede addosso! Sia lodato Gesù Cristo. — Nei secoli dei secoli!

In quel momento una grande nube nera coprì la luna – e la notte divenne buia – solo il bagliore dei fuochi tremolava in strisce di sangue attraverso la strada. I cavalieri ripresero il cammino, e quando furono lontani dal gruppo, Powała chiese: — Avete visto qualcosa? — All'inizio niente — rispose Maćko — ma poi ho visto chiaramente sia il re che il monaco. — Anche io. — Anche io. — Un segno di Dio — disse Powała. — Ah! dunque nonostante le lacrime del nostro re, non ci sarà pace, a quanto pare.

E proseguirono in silenzio, con i cuori gonfi e solenni.

Ma quando erano ormai vicini alla tenda del signor de Lorche, si levò di nuovo un vento così forte che in un batter d'occhio scompaginò i fuochi dei Mazuri. L'aria brulicò di migliaia di tizzoni, di schegge ardenti, di scintille, e allo stesso tempo si offuscò di nuvole di fumo. — Ehi, soffia terribilmente! — diceva Zbyszko, tirando giù il mantello che il vento gli aveva gettato sulla testa. — E nella bufera si sentono come lamenti e pianti umani. — L'alba non tarderà, ma nessuno sa cosa porterà il giorno — aggiunse de Lorche.

Verso mattina la bufera non solo non cessò, ma si intensificò a tal punto che fu impossibile montare la tenda in cui il re era solito, dall'inizio della spedizione, ascoltare ogni giorno tre Sante Messe. Alla fine arrivò di corsa Witold con preghiere e suppliche affinché si rimandasse la funzione religiosa a un orario più opportuno in radure boschive e non si trattenesse la marcia. E così fu fatto secondo il suo desiderio, perché non poteva essere altrimenti.

All'alba le truppe si mossero in linea, e dietro di loro un'immensa fila di carri. Dopo un'ora di marcia il vento si calmò, così che si poterono spiegare gli stendardi. E allora i campi, a perdita d'occhio, si coprirono come di fiori dai mille colori. Nessun occhio poteva abbracciare le schiere e quella selva di varie insegne sotto cui i reggimenti avanzavano.

Avanzava dunque la terra di Cracovia sotto lo stendardo rosso con l'aquila bianca coronata, ed era questo lo stendardo principale di tutto il Regno, il grande segno per tutti gli eserciti. Lo portava Marcin di Wrocimowic, dello stemma Polkoza, cavaliere possente e famoso nel mondo. Dietro di esso venivano i drappelli di corte, uno con sopra la doppia croce lituana, l'altro con l'insegnia dell'inseguimento. E sotto l'insegna di San Giorgio marciava una potente schiera di mercenari e volontari stranieri, composta per lo più da Cechi e Moravi. Molti di loro si erano presentati per questa guerra, tanto che l'intero quarantanovesimo reggimento era composto esclusivamente da loro. Era gente, specialmente nella fanteria che seguiva i lanceri, selvaggia, indisciplinata, ma così addestrata alla battaglia e così accanita nello scontro, che tutte le altre fanterie, quando si scontravano con loro, indietreggiavano più in fretta possibile, come un cane da un riccio. Alabarde, falci, asce, e soprattutto mazze ferrate costituivano la loro unica arma.

Accanto a Moravi e Cechi, marciavano sotto le loro insegne sedici reggimenti delle terre polacche, tra cui uno di Przemysl, uno di Leopoli, uno di Halicz e tre di Podolia, e dietro di loro le fanterie delle stesse terre, armate per lo più di partigiane e falci. I principi masoviani Janusz e Ziemowit conducevano il ventunesimo, il ventiduesimo e il ventitreesimo reggimento. Subito dopo venivano quelli vescovili, e poi quelli signorili in numero di ventidue. Dunque quelli di Jaszko di Tarnów, di Jędrek di Tęczyn, di Spytek Leliwa e di Krzon di Ostrów, e di Mikołaj di Michałów, e di Zbigniew di Brzezie, e di Krzon di Koziegłowy, e di Kuba a Koniecpol, e di Jaszko Ligęza, e di Kmita, e di Zaklika, e oltre a loro, le casate dei Gryfita e dei Bobowski, e vari altri, che in battaglia si radunavano sotto un comune emblema araldico e gridavano insieme il loro 'grido di guerra'.

E così la terra fioriva sotto di loro, come fioriscono i prati in primavera. Avanzava un'onda di cavalli, un'onda di uomini, sopra di loro una selva di lance con colorate banderuole a forma di fiori minori, e dietro, in nuvole di polvere, le fanterie cittadine e contadine. Sapevano che 'bisognava', così andavano con cuore volenteroso.

Sull'ala destra invece fluivano le bande di Witold, sotto stendardi di vari colori, ma con la stessa rappresentazione dell'inseguimento lituano. Nessuno sguardo poteva abbracciare tutte le schiere, poiché si estendevano tra campi e foreste per una larghezza di oltre un miglio tedesco.

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