Prima di mezzogiorno, le truppe giunsero in prossimità dei villaggi di Logdan e Tannenberg e si fermarono al margine del bosco. Il luogo sembrava adatto per la sosta, al sicuro da qualsiasi attacco improvviso. A sinistra era lambito da un braccio del lago Dąbrowskie, a destra dal lago Lubień. Davanti alle schiere si apriva un ampio spazio campestre, largo un miglio. Al centro di quello spazio, che saliva dolcemente verso occidente, verdeggiavano i prati di Grunwald. Poco più in là si intravedevano i tetti di paglia e gli squallidi maggesi di Tannenberg. Il nemico che scendesse verso i boschi e le alture era facile da avvistare, ma non ci si aspettava che potesse arrivare prima del giorno successivo. Perciò le truppe si fermarono lì solo per una sosta. Tuttavia, poiché Zyndram di Maszkowice, esperto in cose belliche, osservava l'ordine di battaglia anche durante la marcia, si schierarono in modo da essere pronte in ogni momento all'azione.
Per ordine del comandante furono subito inviati esploratori su cavalli leggeri e veloci, lontano, davanti, verso Grunwald e Tannenberg e oltre, per esplorare la zona. Intanto, per il re che desiderava la messa, fu allestita una tenda cappella sull'alta riva del lago Lubień, così che potesse ascoltare la consueta messa.
Jagiełło, Witold, i principi mazowiecki e il consiglio di guerra si recarono alla tenda. Davanti a essa si radunò la migliore cavalleria, sia per affidarsi a Dio prima del giorno terribile, sia per guardare il re. Lo videro mentre avanzava nella sua grigia veste da campo, con il volto grave su cui era chiaramente impressa una pesante preoccupazione. Gli anni avevano cambiato poco il suo aspetto: non gli avevano solcato il viso di rughe, né avevano imbiancato i suoi capelli, che ancora ora si sistemava con lo stesso gesto rapido dietro le orecchie, come quando Zbyszko lo aveva visto per la prima volta a Cracovia. Ma camminava come curvato sotto il peso di una terribile responsabilità che gravava sulle sue spalle, come immerso in una grande tristezza.
Nell'esercito si diceva che il re piangesse continuamente per quel sangue cristiano che sarebbe stato versato, e così era realmente. Jagiełło rifuggiva dalla guerra, specialmente contro uomini che portavano la croce sui mantelli e sugli stendardi, e desiderava la pace con tutta l'anima. Invano i signori polacchi, e persino i mediatori ungheresi Scibor e Gara, gli mostravano l'orgoglio e la tracotanza dei Cavalieri Teutonici, pieni dei quali il maestro Ulryk von Jungingen era pronto a sfidare il mondo intero. Invano il suo stesso inviato Pietro Korzbog giurava sulla Croce del Signore e sui suoi pesci araldici che l'Ordine non voleva neanche sentire parlare di pace, e che un solo commendatore di Gniew, il conte von Wende, che propendeva per la pace, era stato coperto di scherni e insulti dagli altri. Lui ancora sperava che il nemico riconoscesse la giustezza delle sue richieste, che avesse pietà del sangue umano e con un accordo equo ponesse fine a quel terribile conflitto.
Così anche ora andò a pregare per questo nella cappella, poiché la sua anima semplice e buona era tormentata da una grande inquietudine. Un tempo Jagiełło aveva visitato con ferro e fuoco le terre dei Cavalieri Teutonici, ma lo aveva fatto da principe lituano pagano. Ora invece, da re polacco e cristiano, vedendo villaggi in fiamme, rovine, sangue e lacrime, era stato preso dal timore dell'ira divina, tanto più che quello era solo l'inizio della guerra. Se almeno ci si fosse fermati lì! Ma ecco, oggi o domani le nazioni si sarebbero scontrate e la terra si sarebbe intrisa di sangue. Certo, quel nemico era iniquo, ma tuttavia portava croci sui mantelli, ed era protetto da reliquie così grandi e sante che il pensiero indietreggiava spaventato. In tutto l'esercito si pensava a esse con timore. Non delle punte, non delle spade, non delle asce, ma proprio di quei sacri frammenti i Polacchi avevano paura. «Come potremo alzare la mano contro il maestro» dicevano cavalieri che non conoscevano paura «quando sulla sua corazza c'è il reliquiario, e in esso ossa sante e il legno della Croce del Salvatore?»
Witold, è vero, ardeva per la guerra, vi spingeva e si affrettava alla battaglia, ma il cuore pio del re semplicemente tremava al ricordo di quelle potenze celeste con cui l'Ordine ricopriva la sua iniquità.
Proprio in quel momento, padre Bartosz di Kłobuck aveva appena finito una messa, e Jarosz, prevosto di Kalisz, stava per iniziare la seconda. Il re uscì dalla tenda per sgranchire un po' le ginocchia stanche dall'inginocchiarsi. Ed ecco che su un cavallo sudato irruppe come una tempesta il nobile Hanko Ostojczyk e, prima ancora di saltare giù dalla sella, gridò:
— Tedeschi, grazioso signore, arrivano!
A quelle parole i cavalieri balzarono in piedi, il re cambiò colore, restò in silenzio un istante, poi esclamò:
— Sia lodato Gesù Cristo! Dove li hai visti e quanti vessilli?
— Ho visto un vessillo presso Grunwald — rispose Hanko con voce ansimante — ma da dietro la collina si levava una nube di polvere, come se ne stessero arrivando molti altri.
— Sia lodato Gesù Cristo! — ripeté il re.
E allora Witold, al cui volto, alle prime parole di Hanko, il sangue era salito e gli occhi cominciavano a brillare come carboni, si rivolse ai cortigiani e gridò:
— Annullate la seconda messa, e portatemi il cavallo!
Il re invece gli posò una mano sulla spalla e disse:
— Va' tu, fratello, io resterò e ascolterò la seconda messa.
Così Witold e Zyndram di Maszkowice saltarono a cavallo, ma proprio mentre si dirigevano verso gli accampamenti, arrivò di corsa un secondo messaggero, il nobile Pietro Oksza di Włostów, e da lontano già cominciò a gridare:
— Tedeschi! Tedeschi! Ho visto due vessilli!
— A cavallo! — si levarono voci tra cortigiani e cavalieri.
E Piotr non aveva ancora finito di parlare, che si udì di nuovo il galoppo e giunse un terzo messaggero, e dopo di lui un quarto, un quinto e un sesto: tutti avevano visto vessilli tedeschi, sopraggiungere in numero sempre maggiore. Non c'era più alcun dubbio: l'intero esercito dei Cavalieri Teutonici sbarrava la strada alle truppe reali.
I cavalieri si dispersero in un batter d'occhio verso i loro vessilli. Con il re, presso la tenda cappella, rimase solo una manciata di cortigiani, sacerdoti e inservienti. Ma in quel momento si udì il campanello che segnalava che il prevosto di Kalisz stava iniziando la seconda messa. Così Jagiełło allargò le braccia, giunse devotamente le mani e, levati gli occhi al cielo, si avviò a passo lento verso la tenda.
Ma quando, dopo la messa finita, uscì di nuovo davanti alla tenda, poté constatare con i propri occhi che i messaggeri dicevano il vero. All'estremità dell'ampia pianura che saliva sempre più verso l'alto, qualcosa si era annerito, come se una foresta fosse cresciuta all'improvviso nei campi vuoti. Sopra quella foresta giocava e si cangiava al sole un arcobaleno di vessilli. Ancora più lontano, oltre Grunwald e Tannenberg, si levava verso il cielo una gigantesca nube di polvere. Il re abbracciò con lo sguardo tutto quel minaccioso orizzonte, poi, rivolgendosi al vicecancelliere Mikołaj, chiese:
— Di quale santo è oggi?
— È il giorno della Dispersione degli Apostoli — rispose il vicecancelliere.
E il re sospirò:
— Dunque il giorno degli Apostoli sarà l'ultimo di vita per molte migliaia di cristiani che oggi si scontreranno su questo campo.
Indicò con la mano l'ampia pianura deserta, al centro della quale, a metà strada verso Tannenberg, sorgevano alcune querce secolari.
Intanto però gli fu portato il cavallo, e in lontananza apparvero sessanta lance, che Zyndram di Maszkowice aveva inviato come scorta della persona reale.
La scorta reale era comandata da Alessandro, figlio minore del principe di Płock, e fratello di quel Ziemowit che, dotato di particolare «accortezza» per la guerra, sedeva nel consiglio militare. Il secondo posto era tenuto dal nipote lituano del monarca, Zygmunt Korybut, giovane di grandi speranze e grandi destini, ma di spirito inquieto. Tra i cavalieri, i più famosi erano: Jasko Mążyk di Dąbrowa, un vero gigante, quasi pari per statura a Paszko di Biskupice, e per forza poco inferiore allo stesso Zawisza Czarny; Żóława, barone ceco, piccolo e magro, ma di destrezza immensa, famoso alla corte ceca e ungherese per i duelli in cui aveva steso una quindicina di cavalieri austriaci; e un altro Ceco, Sokół, arciere; e il Grande Polacco Bieniasz Wierusz; e Pietro Medyolański; e il boiardo lituano Sienko di Pohost, il cui padre Pietro comandava un vessillo di Smolensk; e il parente del re, il principe Fieduszko; e il principe Jamont; e per il resto, cavalieri polacchi, «scelti tra mille», che avevano tutti giurato di difendere il re fino all'ultimo sangue e di proteggerlo da ogni accidente bellico. Direttamente accanto alla persona reale si trovavano il vicecancelliere Mikołaj e il segretario Zbyszko di Oleśnica, un giovane dotto, esperto nell'arte della lettura e della scrittura, ma al contempo simile a un cinghiale per forza. Sull'armatura del signore vegliavano tre scudieri: Czajka di Nowy Dwór, Mikołaj di Morawica e Daniłko Rusin, che reggeva l'arco e la faretra reale. Completavano il seguito una quindicina di cortigiani che, su veloci corsieri, dovevano volare con ordini alle truppe.
Gli scudieri rivestirono il signore di una splendente armatura lucente, poi gli condussero anche un morello «scelto tra mille», che sbuffava dalle narici di buon auspicio sotto il cimiero d'acciaio e, riempiendo l'aria di nitriti, si abbassava leggermente come un uccello che sta per spiccare il volo. Il re, quando sentì sotto di sé il cavallo e in mano la lancia, cambiò all'improvviso. La tristezza scomparve dal suo volto, i piccoli occhi neri cominciarono a balenare, e sul viso apparvero rossori. Ma fu solo un istante, perché quando il vicecancelliere cominciò a benedirlo con la croce, si fece di nuovo serio e chinò con umiltà la testa, coperta dall'elmo argentato.
Intanto l'esercito tedesco, scendendo lentamente dall'altopiano, oltrepassò Grunwald, oltrepassò Tannenberg e si fermò in perfetto ordine di battaglia a metà del campo. Dal basso, dall'accampamento polacco, si vedeva benissimo la minacciosa schiera di cavalli e cavalieri rivestiti di armature di ferro. Gli occhi più acuti distinguevano perfino, per quanto lo permetteva il vento che agitava i vessilli, i vari emblemi ricamati su di essi: croci, aquile, grifoni, spade, elmi, agnelli, teste di bisonti e di orsi.
Stary Maćko e Zbyszko, che avevano già combattuto contro i Cavalieri Teutonici e conoscevano le loro truppe e i loro stemmi, mostravano ai loro uomini di Sieradz i due vessilli del maestro, in cui serviva il fior fiore della cavalleria, e il grande vessillo dell'intero Ordine, comandato da Federico von Wallenrod, e il potente vessillo di San Giorgio, con la croce rossa in campo bianco, e molti altri dell'Ordine. Loro non conoscevano invece gli emblemi dei vari ospiti stranieri, migliaia dei quali erano affluiti da tutte le parti del mondo: dall'Austria, dalla Baviera, dalla Svevia, dalla Svizzera, dalla Borgogna famosa per la cavalleria, dalla ricca Fiandra, dalla soleggiata Francia, i cui cavalieri, come raccontava un tempo Maćko, anche quando sono già a terra dicono ancora parole valorose, dall'oltremare Inghilterra, patria degli arcieri provetti, e persino dalla lontana Spagna, dove tra le continue lotte contro i Saraceni erano fioriti più che in ogni altro paese il coraggio e l'onore.
E in quella dura nobiltà di Sieradz, di Koniecpol, di Krześnia, di Bogdaniec, di Rogowo e di Brzozowa, come anche di altre terre polacche, il sangue cominciò a ribollire nelle vene al pensiero che presto si sarebbero scontrati con i Tedeschi e con tutta quella splendida cavalleria. I volti dei più anziani si fecero gravi e severi, poiché sapevano quanto dura e crudele sarebbe stata quella fatica. Ma i cuori dei giovani cominciarono a ululare, proprio come ululano i cani da caccia tenuti al guinzaglio quando scorgono da lontano la fiera selvatica. Così alcuni, stringendo più forte in pugno le lance, le else delle spade e le asce, fecero sedere i cavalli sui posteriori, come per spiccare un balzo. Altri cominciarono a respirare affannosamente, come se le corazze fossero diventate improvvisamente troppo strette. Tuttavia i guerrieri più esperti li calmavano, dicendo: «Non vi mancherà, e ce n'è abbastanza per tutti. Dio voglia che non sia troppo».
Ma i Cavalieri Teutonici, guardando dall'alto la pianura boscosa, vedevano sul margine del bosco solo una quindicina di vessilli polacchi e non erano affatto certi che quello fosse l'intero esercito reale. È vero che a sinistra, vicino al lago, si vedevano anche grigie schiere di guerrieri, e tra gli arbusti brillava qualcosa come punte di sulice, cioè leggere lance di cui usavano i Lituani. Poteva però trattarsi solo di una notevole avanguardia polacca. Solo i fuggitivi dalla distrutta Gilgenburg, una quindicina dei quali furono condotti davanti al maestro, testimoniarono che di fronte si trovavano tutte le truppe polacco-lituane.
Ma invano parlavano della loro potenza. Il maestro Ulryk von Jungingen non voleva credere loro, poiché dall'inizio di quella guerra credeva solo in ciò che gli era favorevole e che prometteva una vittoria certa. Non inviava esploratori né messaggeri, ritenendo che, anche senza tutto ciò, si sarebbe arrivati a una battaglia campale, e che quella battaglia non poteva concludersi diversamente che con una terribile sconfitta del nemico. Fiducioso nella forza, quale nessun maestro aveva mai portato in campo prima d'ora, disprezzava anche l'avversario. Quando il commendatore di Gniew, che faceva ricognizioni per conto proprio, gli faceva presente che tuttavia le truppe di Jagiełło erano più numerose, rispondeva:
— Che truppe! Solo con i Polacchi ci sarà da faticare un po', il resto, anche se fossero in gran numero, è gente di poco conto, più adatta al cucchiaio che alle armi.
E mentre avanzava con grandi forze verso la battaglia, ora ardeva di grande gioia, quando all'improvviso si trovò di fronte al nemico. La vista del grande vessillo dell'intero Regno, il cui rosso fu scorto sullo sfondo scuro del bosco, non permetteva più di dubitare che di fronte a lui si trovasse l'esercito principale.
Ma sui Polacchi che stavano ai margini e nel bosco i Cavalieri Teutonici non potevano attaccare, poiché la cavalleria era terribile solo in campo aperto, non amava e non sapeva combattere nel folto degli alberi.
Così si riunirono per un breve consiglio presso il maestro, su come attirare fuori dai cespugli il nemico.
— Per San Giorgio! — esclamò il maestro. — Abbiamo percorso due miglia senza riposare, e il caldo ci opprime, e i corpi grondano sudore sotto le armature. Non staremo mica ad aspettare finché al nemico piaccia di uscire in campo aperto.