Tellura
← Torna al romanzo

IV (2/2)

Capitolo 21 · 1959 parole · ~10 min di lettura

— Che orso! — disse Maćko. — Era più giovane allora, quando quel Frisone lo chiamò sbarbatello, e a lui, che la cosa non gli piacque affatto, subito gli strappò i baffi con una manciata... — Lo so — interruppe Zych. — E poi vi batteste, e catturaste il loro seguito. Me l’ha raccontato tutto il signore di Taczewa.

«Il tedesco se n’andò con gran guadagno, Lo seppellirono col muso ignudo, Hop! hop!»

E cominciò a guardare Zbyszko con occhi divertiti, mentre lui a sua volta osservava con grande curiosità la sua figura lunga come un palo, il viso magro con un naso enorme e gli occhi rotondi pieni di riso.

— Oh! — disse. — Con un vicino simile, purché Dio ridia la salute allo zio, non ci sarà tristezza.

— Meglio avere un vicino allegro, perché con un allegro non può esser lite — rispose Zych. — E ora ascoltate quel che vi dico per bene e da cristiano. È molto che non siete a casa e non troverete alcun ordine a Bogdaniec. Non dico nella tenuta, perché l’abate ha amministrato bene... ha dissodato un bel pezzo di bosco e insediato nuovi contadini... Ma poiché lui stesso veniva solo qualche volta, in dispensa ci sarà vuoto, anzi, in casa ci sarà a malapena una panca, o un fascio di paglia per dormire, e un malato ha bisogno di comodità. Allora sapete cosa? Venite con me a Zgorzelice. Vi tratterrete un mesetto o due, mi farà piacere, e nel frattempo Jagienka penserà a Bogdaniec. Affidatevi a lei e non preoccupatevi di niente... Zbyszko verrà a vigilare l’amministrazione, e vi porterò anche l’abate a Zgorzelice, così farete subito i conti con lui... Per voi, Maćko, la ragazza avrà cura come per un padre, e in malattia le cure femminili sono migliori di altre. Su! Amici miei! Fate come vi prego.

— È cosa nota che siete un uomo buono e lo siete sempre stato — rispose Maćko con una certa commozione — ma vedete, se devo morire per questa schifezza che mi sta sotto le costole, preferisco farlo sulla mia terra. Inoltre a casa, anche se uno è malato, si informa di molte cose, ne osserva molte e molte ne sistema. Se Dio comanda di andare nell’altro mondo, be’, non c’è rimedio! Con più cure o con meno, non ti sottrarrai lo stesso. Alle scomodità siamo abituati in guerra. Un fascio di paglia è caro a chi per anni ha dormito sulla nuda terra. Ma per il vostro cuore vi ringrazio, e se non sarò io a ricambiare, a Dio piacendo sarà Zbyszko.

Zych ze Zgorzelic, che famoso davvero per bontà e disponibilità, cominciò di nuovo a insistere e pregare, ma Maćko si ostinò: se si deve morire, sia nel proprio cortile! Gli era mancato Bogdaniec per anni interi, così ora, col confine già vicino, non se ne sarebbe privato per nulla, anche se quella fosse l’ultima notte. Dio è tanto misericordioso da avermi permesso di trascinarmi fin qui.

Qui si asciugò con i pugni le lacrime che gli erano salite agli occhi, si guardò intorno e disse:

— Se queste sono già le foreste del Lupo di Brzozowa, arriveremo subito dopo mezzogiorno.

— Non del Lupo e di Brzozowa, ma ora dell’abate — osservò Zych.

A ciò sorrise il malato Maćko e dopo un momento rispose:

— Se sono dell’abate, forse un giorno saranno nostre.

— Ma! Poco fa parlavate di morte — esclamò allegramente Zych — e ora volete sopravvivere all’abate.

— Non io sopravviverò, ma Zbyszko.

La conversazione fu interrotta da suoni di corni nel bosco, che si udirono lontano davanti a loro. Zych fermò subito il cavallo e si mise ad ascoltare.

— Qualcuno qui sta certamente cacciando — disse. — Aspettate!

— Forse l’abate. Sarebbe bello incontrarlo subito.

— Zitti un po’!

Qui si rivolse al seguito.

— Alt!

Si fermarono. I corni risuonarono più vicini, e poco dopo si udì l’abbaiare dei cani.

— Alt! — ripeté Zych. — Vengono verso di noi.

Zbyszko intanto saltò giù da cavallo e cominciò a gridare:

— Date la balestra! Forse la bestia ci piomberà addosso! Presto! presto!

E afferrata la balestra dalle mani del servo, la puntò a terra, la premette con il ventre, si chinò, inarcò la schiena come un arco, e afferrata con le dita di entrambe le mani la corda, la tese in un batter d’occhio sul gancio di ferro, sistemò una freccia e balzò avanti nel bosco.

— L’ha tesa! L’ha tesa senza manovella! — sussurrò Zych, stupito da un esempio di forza così straordinaria.

— Oh, è un ragazzo di tempra! — sussurrò con orgoglio Maćko.

Intanto i corni e l’abbaiare dei cani si fecero ancora più vicini, quand’ecco che a destra del bosco si udì un pesante scalpiccio, lo schianto di cespugli e rami spezzati: sulla strada balzò fuori dal folto come un fulmine un vecchio bisonte barbuto, con una testa enorme e china, dagli occhi insanguinati e la lingua di fuori, ansante, terribile. Capitando su un fosso lungo la strada, lo saltò con un balzo, cadde di slancio sulle zampe anteriori, ma si rialzò e stava per scomparire nella macchia dall’altro lato della strada, quando d’un tratto la corda della balestra ronzò minacciosamente, si udì il fischio della freccia, poi l’animale si impennò, si girò, ruggì terribilmente e crollò a terra come colpito da un fulmine.

Zbyszko si fece avanti da dietro un albero, tese di nuovo la balestra e si avvicinò, pronto a sparare, al toro disteso, le cui zampe posteriori scalciavano ancora la terra.

Ma dopo aver guardato un momento, tornò tranquillamente al seguito e cominciò a gridare da lontano:

— L’ho colpito tanto che ha lasciato andare sterco!

— Accidenti a te! — esclamò Zych avvicinandosi. — Con una sola freccia!

— Perché era vicino, e aveva una corsa terribile. Guardate: non solo la punta, ma anche l’asta gli si è nascosta sotto la scapola.

— I cacciatori devono essere già vicini; di sicuro te lo porteranno via.

— Non lo darò! — rispose Zbyszko. — È stato ucciso sulla strada, e la strada non è di nessuno.

— E se è l’abate a cacciare?

— Se è l’abate, allora se lo prenda.

Intanto dal bosco uscirono prima i cani, una quindicina. Vista la bestia, si gettarono su di lei con un terribile chiasso, si ammassarono su di essa e presto cominciarono a mordersi tra loro.

— Presto arriveranno anche i cacciatori — disse Zych. — Ecco guarda! sono già qui, solo che sono usciti più avanti e non vedono ancora la bestia. Hop, hop! venite qui, venite!... giace, giace?

Ma all’improvviso tacque, si riparò gli occhi con la mano, e dopo un attimo disse:

— Per Dio! cos’è? Sono diventato cieco o mi sembra...

— Uno su un cavallo baio davanti — disse Zbyszko.

Ma Zych esclamò all’improvviso:

— Gesù caro! ma quella è Jagienka!

E subito cominciò a gridare:

— Jagna! Jagna!...

Poi si mosse in avanti, ma prima che potesse lanciare il cavallo al galoppo, Zbyszko vide lo spettacolo più strano del mondo: ecco, su un veloce cavallo pezzato, cavalcava verso di loro, seduta all’uomo, una ragazza con una balestra in mano e un giavellotto sulle spalle. Nei capelli sciolti dalla corsa le si erano infilati coni di luppolo; il viso aveva roseo come l’aurora, sul petto una camiciola sbottonata, e sulla camiciola un giacchetto di pelle con la lana all’infuori. Raggiuntili, fermò di botto il cavallo; per un momento sul suo viso si riflessero incredulità, stupore, gioia; infine, non potendo negare la testimonianza degli occhi e delle orecchie, cominciò a gridare con voce acuta, ancora un po’ infantile:

— Papà! papà carissimo!

E in un batter d’occhio scivolò giù da cavallo, e quando Zych saltò giù a sua volta per salutarla a terra, lei gli si gettò al collo. Per molto tempo Zbyszko sentì solo il rumore di baci e due parole: «Papà! Jagula! Papà! Jagula!» e ancora si abbracciavano al collo.

Finché finalmente ebbero abbastanza di saluti e grida, Jagienka cominciò a domandargli:

— Allora tornate dalla guerra? State bene?

— Dalla guerra. Perché non dovrei stare bene! E tu? E i ragazzi più piccoli? Penso che stiano bene, vero? Altrimenti non correresti per il bosco. Ma cosa fai qui di bello, ragazza?

— Ma lo vedete: caccio — rispose ridendo Jagienka.

— Nei boschi altrui?

— L’abate mi ha dato il permesso. Ha anche mandato servi addestrati per questo e cani.

Qui si rivolse alla sua servitù.

— E allontanatemi quei cani, o si porteranno via la pelle!

Poi a Zych:

— Oh, sono così contenta, contenta di vedervi!.. Da noi tutto bene.

— E io non sono contento? — rispose Zych. Dammi ancora un bacio, ragazza!

E si baciarono di nuovo, e quando ebbero finito, Jagna disse:

— A casa c’è un tratto di strada terribile... ci siamo lanciati dietro a quella bestia. Abbiamo corso quasi due miglia, tanto che i cavalli già si fermavano. Ma che bel bisonte, avete visto?.. ha tre delle mie frecce addosso, e dall’ultima deve essere caduto.

— È caduto dall’ultima, ma non dalla tua; questo giovane cavaliere l’ha ucciso.

Jagienka si scostò con la mano i capelli che le erano caduti sugli occhi, e guardò acutamente, se non ostilmente, Zbyszko.

— Sai chi è? — chiese Zych.

— Non lo so.

— Non c’è da stupirsi che non l’abbia riconosciuto, perché è cresciuto. Ma forse riconosci il vecchio Maćko di Bogdaniec?

— Per Dio! è Maćko di Bogdaniec! — esclamò Jagienka.

E avvicinatasi al carro, baciò Maćko sulla mano.

— Siete voi?

— Sì, io. Ma sono sul carro perché i tedeschi mi hanno ferito.

— Quali tedeschi? Probabilmente era la guerra con i Tartari? Lo so bene, perché ho pregato tanto papà di portarmi con sé.

— C’è stata guerra con i Tartari, ma noi non c’eravamo, perché prima avevamo combattuto in Lituania, io e Zbyszko.

— E dov’è Zbyszko?

— Non hai riconosciuto che è Zbyszko? — disse ridendo Maćko.

— Questo è Zbyszko? — esclamò la ragazza, guardando di nuovo il giovane cavaliere.

— Ma certo!

— Ma ci conosciamo da piccoli! — disse Zbyszko.

— Ah! ci conosciamo bene. Io mi ricordo, mi ricordo! Otto anni fa veniste da noi con Maćko, e la povera mammina portò delle noci con miele. E voi, non appena i grandi uscirono dalla stanza, subito mi deste un pugno sul naso, e le noci ve le mangiaste tutte!

— Non lo farebbe più ora! — disse Maćko. — È stato dal principe Witold, è stato a Cracovia a corte e conosce le buone maniere di corte.

Ma a Jagienka venne in mente altro, e rivolgendosi poi a Zbyszko, chiese:

— Siete voi che avete ucciso il bisonte?

— Io.

— Vediamo dove è confitta la punta.

— Non la vedrete, perché gli si è nascosta del tutto sotto la scapola.

— Lascia stare, non discutere — disse Zych. — Abbiamo visto tutti come l’ha colpito, e abbiamo visto anche qualcosa di meglio, perché ha teso la balestra in un lampo senza manovella.

Jagienka guardò per la terza volta Zbyszko, ma questa volta con stupore:

— Avete teso la balestra senza manovella? — chiese.

Zbyszko avvertì nella sua voce una certa incredulità, quindi puntò a terra la balestra che aveva prima abbassato, la tese in un batter d’occhio, tanto che l’anello di ferro scricchiolò, si inginocchiò su un ginocchio e la porse a Jagienka.

La ragazza, invece di prenderla dalle sue mani, arrossì improvvisamente, senza sapere perché, e cominciò a tirarsi su la rozza camicia che si era aperta per la corsa veloce nel bosco.

Il testo è di pubblico dominio (public domain). Dettagli della licenza sul sito dell’autore: Henryk Sienkiewicz.

Commenti