Tellura
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V (5/6)

Capitolo 122 · 2338 parole · ~12 min di lettura

Volavano in alto scintille sprizzate dal ferro, frammenti di aste, stendardi, piume di struzzo e di pavone. Gli zoccoli dei cavalli scivolavano su corazze insanguinate e su carcasse di destrieri stesi al suolo. Chi cadeva ferito veniva stritolato dagli zoccoli.

Ma nessuno era ancora caduto tra i migliori cavalieri polacchi. Avanzavano nel frastuono e nella calca, gridando i nomi dei loro patroni o i richiami di stirpe, come il fuoco avanza nella steppa secca divorando cespugli ed erbe. Per primo, Lis di Targowisko afferrò il prode commendatore di Osterode, Gamrat, il quale, perduto lo scudo, s’era avvolto intorno al braccio il mantello bianco e con quello si riparava dai colpi.

Con la punta della spada Lis tagliò il mantello e lo spallaccio, staccò il braccio dall’ascella, e con una seconda stoccata lo gettò da cavallo. Un grido di terrore si levò tra gli uomini di Osterode alla vista della morte del loro capo, ma Lis si scagliò in mezzo a loro come un’aquila tra le gru. E quando Staszko di Charbimowic e Domarat di Kobylan accorsero in suo aiuto, i tre cominciarono a falciarli terribilmente, come orsi sgranocchiano baccelli quando s’imbattono in un campo seminato a piselli novelli.

Qui Paszko Złodziej di Biskupic uccise il famoso fratello Kunc Adelsbach. Quando Kunc vide davanti a sé quel gigante con l’ascia insanguinata in pugno – sulla lama, insieme al sangue, s’erano appiccicate ciocche di capelli umani – il cuore gli venne meno e voleva darsi prigioniero. Ma Paszko, non sentendolo nel trambusto, s’alzò sulle staffe e gli spaccò la testa insieme all’elmo d’acciaio, come uno spacca una mela in due. Subito dopo spense Loch di Meclemburgo, Klingenstein, lo svevo Helmsdorf di nobile stirpe comitale, e Limpach da Magonza. Alla fine i Tedeschi atterriti cominciarono a indietreggiare dinanzi a lui, a destra e a sinistra; egli martellava su di loro come su un muro che crolla, e a ogni istante balenava l’ascia e un elmo tedesco affondava in basso tra i cavalli.

Qui il possente Jędrzej di Brochocic, spezzata la spada sulla testa di un cavaliere che portava una civetta sullo scudo e l’elmo forgiato a forma di testa di civetta, lo afferrò per il braccio, gli strappò la lama e subito lo privò della vita. Prese anche prigioniero il giovane cavaliere Dynheim, e vedendolo senza elmo, ebbe pietà di ucciderlo, poiché era quasi ancora un bambino e con occhi infantili lo guardava. Lo consegnò allora ai suoi scudieri, non immaginando di prendersi un genero, poiché quel giovane cavaliere in seguito sposò sua figlia e restò per sempre in Polonia.

I Tedeschi però assalirono ora con furia, volendo riprendersi il giovane Dynheim, che discendeva da una potente stirpe di conti renani. Ma i cavalieri d’avanguardia – Sumik di Nadbroże, i due fratelli di Płomyków, Dobko Okwia e Zych Pikna – li tennero fermi come un leone tiene fermo un toro, e li respinsero verso lo stendardo di San Giorgio, seminando tra loro strage e distruzione.

Con gli ospiti cavallereschi scontrò la compagnia regia di corte, guidata da Ciołek di Zelichów. Qui Powała di Taczewa, dotato di forza sovrumana, abbatteva uomini e cavalli, frantumava elmi di ferro come gusci d’uovo, da solo colpiva intere schiere. Al suo fianco procedevano Leszko di Goraj, l’altro Powała di Wychucz, Mścisław Skrzynowa e due boemi: Sokoł e Zbisławek. A lungo durò la mischia, poiché contro quella sola compagnia ne caricavano tre tedesche; ma quando la ventisettesima di Jaśko di Tarnów venne in suo aiuto, le forze si pareggiarono all’incirca, e i Tedeschi furono respinti quasi a tiro di balestra dal punto del primo scontro. Tuttavia la battaglia si allontanò ancora di più quando caricò la compagnia di Cracovia, condotta dallo stesso Zyndram, e in prima fila tra gli avanguardisti avanzava il più terribile di tutti i polacchi: Zawisza Czarny, dello stemma Sulima. Al suo fianco combattevano suo fratello Farurej, Floryan Jelitczyk di Korytnica, Skarbek di Góra, il famoso Lis di Targowisko, Paszko Złodziej, Jan Nałęcz e Stach di Charbinowic. Sotto la terribile mano di Zawisza perivano guerrieri valorosi, come se quella nera armatura stessa fosse la morte che avanzava contro di loro; egli combatteva con la fronte aggrottata e le narici contratte, calmo, attento, come se svolgesse un lavoro abituale. A volte muoveva il volto in modo uniforme, parava un colpo, ma a ogni balenìo della sua spada rispondeva il grido terribile dell’uomo colpito, e lui nemmeno si voltava, avanzava lavorando, come una nube nera da cui a ogni istante scoppia un fulmine.

Lo stendardo di Poznań, che portava l’insegna dell’aquila senza corona, combatteva all’ultimo sangue, e quello arcivescovile e tre mazoviecki gareggiavano con esso. Ma anche tutte le altre si superavano a vicenda in accanimento e valore aggressivo. Nella compagnia di Sieradz, il giovane Zbyszko di Bogdaniec si gettava come un cinghiale tra le folle più fitte, mentre al suo fianco procedeva il vecchio e terribile Maćko, combattendo con riflessione, come combatte un lupo, il quale non morde se non per uccidere.

Egli cercava ovunque Kuno Lichtenstein, ma non potendolo scorgere nella calca, intanto cercava altri, quelli che portavano vesti più sfarzose, e infelice era ogni cavaliere che dovesse affrontarlo. Non lontano da entrambi i cavalieri di Bogdaniec, si agitava il sinistro Cztan z Rogowa. Al primo scontro gli avevano fracassato l’elmo, così ora combatteva a capo scoperto, spaventando i Tedeschi con il suo volto insanguinato e irsuto, ai quali sembrava di avere davanti non un uomo ma una specie di mostro della foresta.

Tuttavia centinaia, poi migliaia di cavalieri da entrambi i lati coprirono la terra, finché sotto i colpi dei polacchi accaniti l’onda tedesca cominciò a vacillare. Quand’ecco accadde qualcosa che in un istante poteva ribaltare le sorti dell’intera battaglia.

Le compagnie tedesche, infiammate e ubriache di vittoria, tornando dall’inseguimento dei Lituani, colpirono il fianco dell’ala polacca.

Credendo che tutte le truppe regie fossero già sconfitte e la battaglia definitivamente vinta, tornavano in grandi tumultuose masse con grida e canti, quando all’improvviso videro davanti a sé una carneficina feroce e i Polacchi ormai quasi vincitori, che accerchiavano le schiere tedesche.

Allora i Cavalieri Teutonici, abbassando il capo, guardavano stupiti attraverso le grate delle celate ciò che accadeva, poi, come ognuno stava, affondavano gli speroni nei fianchi del cavallo e si lanciavano nel caos della battaglia.

E così una massa colpiva dopo l’altra, finché migliaia di essi si abbatterono sulle sfinite compagnie polacche. I Tedeschi gridarono di gioia vedendo l’aiuto sopraggiungere, e con nuovo ardore cominciarono a colpire i Polacchi. Una terribile battaglia divampò su tutta la linea, la terra s’inaffiò di fiumi di sangue, il cielo s’oscurò e si udirono sordi tuoni, come se Dio stesso volesse immischiarsi tra i combattenti.

Ma la vittoria cominciò a pendere verso i Tedeschi... Già, già nasceva il disordine nelle file polacche, già le furiose schiere teutoniche cominciarono a cantare all’unisono il canto del trionfo: «Christ ist erstanden!...»

E allora accadde qualcosa di ancora più orribile.

Un Krzyżak giacente a terra squarciò con un coltello il ventre del cavallo su cui sedeva Marcin di Wrocimowic, che reggeva la grande e sacra per tutte le truppe bandiera di Cracovia con l’aquila coronata. Destriero e cavaliere crollarono all’improvviso, e con essi la bandiera vacillò e cadde.

In un istante centinaia di braccia ferree si allungarono per afferrarla, e da tutti i petti tedeschi eruppe un ruggito di gioia. Parve loro che fosse la fine, che il terrore e il panico avvolgessero ora i Polacchi, che giungesse il tempo della sconfitta, della strage e del massacro, che ormai non restasse loro che inseguire e tagliare a pezzi i fuggiaschi.

Ma proprio allora li attendeva una sanguinosa delusione.

Le truppe polacche gridarono sì di dolore, come un sol uomo, alla vista della bandiera caduta, ma in quel grido e in quel dolore non c’era paura, bensì furore. Avresti detto che un fuoco vivo fosse caduto sulle corazze. Gli uomini più terribili di entrambi gli eserciti si gettarono come leoni infuriati verso quel luogo, e avresti detto che una tempesta si fosse scatenata intorno alla bandiera. Uomini e cavalli si ammassarono in un unico vortice mostruoso, e in quel vortice saettavano braccia, stridevano spade, ronzavano asce, l’acciaio strideva sul ferro. Frastuono, gemiti, urla selvagge di uomini trucidati si fusero in un unico suono orrendo, come se dannati si fossero levati all’improvviso dal fondo dell’inferno. S’alzò un polverone, e da esso irruppero cavalli accecati dal terrore, senza cavaliere, con occhi insanguinati e criniere scomposte all’impazzata.

Ma durò poco. Nessun tedesco uscì vivo da quella tempesta, e dopo un istante la bandiera riconquistata sventolò di nuovo sopra le schiere polacche. Il vento la mosse, la dispiegò e fiorì magnificamente come un fiore gigante, come segno di speranza e come segno dell’ira divina per i Tedeschi, e di vittoria per i cavalieri polacchi.

Tutto l’esercito l’accolse con un grido di trionfo e colpì i Tedeschi con tale accanimento, come se a ogni compagnia fossero raddoppiate le forze e i soldati.

E i Tedeschi, colpiti senza pietà, senza respiro, senza nemmeno quella pausa che i polmoni necessitano per riprendere fiato, spinti da ogni lato, incalzati, colpiti inesorabilmente da colpi di spada, ascia, scure, mazza, cominciarono di nuovo a vacillare e a cedere. Qua e là s’alzarono voci che chiedevano pietà. Qua e là qualche cavaliere straniero scappava dal caos con il viso sbiancato dalla paura e dallo stupore, e fuggiva forsennato, portato dal destriero non meno terrorizzato. La maggior parte dei mantelli bianchi che i frati dell’Ordine portavano sopra le armature giaceva già a terra.

Una grave inquietudine afferrò i cuori dei condottieri teutonici, poiché compresero che la loro unica salvezza stava solo nel Gran Maestro, che fino a quel momento se ne stava in allerta alla testa di sedici compagnie di riserva.

Egli, guardando dall’alto la battaglia, capì pure che l’ora era giunta, e mosse i suoi feroci squadroni come il vento muove la nube carica di grandine che porta distruzione.

Ma ancor prima, davanti alla terza linea polacca, che finora non aveva preso parte al combattimento, apparve su un cavallo impennato Zyndram di Maszkowic, che vigilava su tutto e osservava attento l’andamento della battaglia.

Là, tra la fanteria polacca, stavano alcune compagnie di mercenari boemi. Una di esse aveva vacillato ancor prima dello scontro, ma era stata ricondotta a dovere in tempo sul posto e, abbandonato il suo comandante, ardeva ora dalla brama di battaglia per riscattare con il valore la momentanea debolezza. Ma le forze principali consistevano in reggimenti polacchi, composti da cavalieri non corazzati, poveri vassalli, da fanti cittadini e, in maggior numero, da contadini armati di spiedi, di pesanti giavellotti e di falci fissate a pertica.

– Preparatevi! Preparatevi! – gridava con voce possente Zyndram di Maszkowic, passando come un lampo lungo le file.

– Preparatevi! – ripeterono i condottieri minori.

I contadini, capito che giungeva il loro momento, puntarono a terra le aste delle picche, dei flagelli e delle falci e, fattosi il segno della santa croce, cominciarono a sputarsi nelle vaste e callose mani.

E s’udì per tutta la linea quel sinistro sputare, poi ognuno afferrò l’arma e riprese fiato. In quel momento giunse da Zyndram un garzone con un ordine del re e gli sussurrò qualcosa all’orecchio con voce ansimante; egli, rivolto ai fanti, sguainò la spada e gridò:

– Avanti!

– Avanti! in linea! pari! – risuonarono le voci dei condottieri.

– Suvvia! Ai cani! Addosso!

Si mossero. Per avanzare al passo e non spezzare le file, cominciarono tutti insieme a ripetere:

– Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te!!!

E avanzavano come un’inondazione. Avanzavano i reggimenti mercenari e i garzoni cittadini; i contadini della Piccola Polonia e della Grande Polonia, e i Slesiani che prima della guerra s’erano rifugiati nel Regno, e i Mazuri delle terre di Ełk, fuggiti dai Cavalieri Teutonici. Brillò e sfolgorò per le punte delle lance e per le falci l’intero campo.

Finché giunsero.

– Colpite! – gridarono i comandanti.

– Ooh!

E ognuno sospirò come un robusto boscaiolo quando vibra per la prima volta la scure, poi cominciò a martellare con tutta la forza e l’animo che gli restava in petto.

Urla e grida si levarono fino al cielo.

Il re, che da un luogo elevato dirigeva l’intera battaglia, inviava garzoni ed era diventato rauco a furia di dare ordini. Quando vide infine che tutte le truppe erano all’opera, cominciò a sua volta a desiderare di scendere in campo.

I cortigiani non lo lasciavano andare, temendo per la sacra persona del sovrano. Żóława afferrò le redini del cavallo, e sebbene il re lo colpisse alla mano con la lancia, non lo lasciò. Altri ancora gli sbarrarono la strada, pregando, scongiurando e rappresentando che comunque non avrebbe deciso le sorti della battaglia.

Frattanto il pericolo più grave incombeva all’improvviso sul re e su tutto il suo seguito.

Il Gran Maestro, seguendo l’esempio di coloro che erano tornati dopo la disfatta della Lituania, e volendo anch’egli prendere i Polacchi di fianco, descrisse un ampio giro, per cui le sue sedici compagnie scelte dovevano passare proprio non lontano dalla collina su cui sorgeva Ladislao Jagellone.

Subito si avvistò il pericolo, ma non c’era tempo per ritirarsi. Si ripiegò soltanto l’insegna reale, e nello stesso tempo il segretario reale, Zbigniew di Oleśnica, spronò a briglia sciolta verso la compagnia più vicina, che proprio si apprestava ad accogliere il nemico, e a cui comandava il cavaliere Mikołaj Kiełbasa.

– Il re è in pericolo. All’aiuto! – gridò Zbigniew.

Ma Kiełbasa, avendo perduto in precedenza l’elmo, si strappò di testa tutta la berretta molle di sudore e insanguinata e, mostrandola al messo, gridò con ira terribile:

– Guarda, se qui restiamo oziosi! Pazzo! Non vedi che quella nube viene contro di noi, e che proprio noi la condurremmo sul re? Perciò vattene, o qui ti trafiggo con la spada.

E dimentico di chi parlava, ansimante, trasportato dall’ira, si avventò davvero contro il messo; questi, vedendo con chi aveva a che fare e, ciò che più conta, che il vecchio guerriero aveva ragione, tornò di corsa dal re e gli riferì quanto aveva udito.

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